Le “poesie più belle” di Nizar Qabbani (أحلى قصائدي)

 

Il 14 dicembre 1849, presso l’Accademia Siriana (al-Ǧam‘iyyah al-Sūriyyah), Buṭrus al-Bustānī (1819-1883) teneva il suo celebre discorso sull’istruzione femminile (Ta‘līm al-nisā’), inaugurando quel vasto e fecondo dibattito sull’emancipazione della donna intesa come cardine del progresso e dello sviluppo della società araba – questione che, nella seconda metà dell’Ottocento, avrebbe trovato, soprattutto in Egitto, alcune delle sue voci più autorevoli.

Si doveva attendere circa un secolo perché la Siria, ormai libera dal giogo ottomano, seppur non ancora completamente indipendente dal controllo politico-militare della Francia, trovasse, tra gli uomini, un nuovo corifeo del femminismo nel mondo arabo.

 

 

Nel 1944 Nizar Qabbani (Nizār Tawfīq Qabbānī, 1923-1998), un giovane studente di Giurisprudenza appartenente all’alta borghesia di Damasco, dedica alle donne la sua opera d’esordio, ma non si tratta di un verboso trattato (come quelli redatti da Qāsim Amīn e Rifā‘ah Rāfi‘ al-Ṭahṭāwī), e neppure di un romanzo dai toni melodrammatici e dalle ambientazioni idilliache (come il noto Zaynab di Muḥammad Ḥusayn Haykal), bensì di un’agile raccolta poetica, Una brunetta mi ha detto (Qālat lī al-samrāʼ), che si serve, al contrario, di una lingua semplice e colloquiale, in certi casi perfino cruda, e che, infrangendo i canoni classici della poesia araba nonché i vincoli morali dell’epoca, descrive in maniera esplicita il corpo femminile e la passione amorosa.

Il dīwān sortisce naturalmente immediati effetti dirompenti. I circoli della borghesia siriana, ovvero della classe dirigente, patriarcale e puritana, nonché gli ambienti religiosi, ne restano profondamente scandalizzati. I puristi della lingua e i conservatori accusano inoltre Qabbani di aver squalificato e deturpato il genere letterario arabo per antonomasia – che pur versava da decenni in uno stato di decadenza – con la sciatteria del suo stile e la sconcezza del lessico e dei temi trattati.

Ma il grande pubblico – soprattutto quello delle lettrici – non può che amare quei versi di denuncia rivolti a una società che separava e contrapponeva pretestuosamente il mondo maschile e quello femminile, opprimeva quest’ultimo, demonizzava e reprimeva l’amore e il sesso, imponeva il matrimonio combinato (la stessa Wiṣāl, sorella maggiore dell’autore, si era suicidata nel 1936 per sottrarsi a tale consuetudine – tragedia che, secondo gli studiosi, sarebbe alla base della cifra di ribellione della poetica qabbaniana).

Celebre la dichiarazione rilasciata dal poeta a un intervistatore che gli chiedeva se egli si sentisse un «rivoluzionario»: «L’amore nel mondo arabo è prigioniero e io voglio liberarlo. Voglio liberare l’anima araba, i suoi sensi e il suo corpo con la mia poesia. I rapporti tra uomini e donne nella nostra società non sono sani».

Degno di nota è inoltre il fatto che, a differenza dei precedenti promotori del femminismo arabo che si erano espressi a nome delle donne, Qabbani lascia che siano finalmente esse stesse, nei suoi componimenti, a parlare della loro condizione di subalternità e a raccontarsi senza censure, come si può evincere già dal titolo di quella sua prima raccolta. «Senza una vera liberazione sessuale» spiega l’autore, «il mondo arabo continuerà a soffrire per questi malesseri e i popoli arabi continueranno ad essere frustrati, distratti e contradditori».

Mentre, grazie alle successive raccolte, si consolidano il suo successo e la sua fama di šā‘ir al-mar’ah (poeta della donna), la carriera diplomatica offre a Qabbani l’opportunità di visitare alcune tra le maggiori capitali del mondo, come Il Cairo, Ankara, Madrid e Pechino.

Intanto, molte icone della musica araba, alcune tuttora sulle scene, iniziano a interpretare i suoi versi, accrescendone viepiù la popolarità fino ai giorni nostri: gli egiziani ’Umm Kulṯūm (1898-1975), Muḥammad ‘Abd al-Wahhāb (1907-1991), ‘Abd al-Ḥalīm Ḥāfiẓ (1929-1977), Nağāt al-al-Ṣaġīrah, l’iracheno Kāẓim al-Sāhir, le libanesi Fayrūz e Māğidah al-Rūmī, la siriana Aṣalah Naṣrī, la tunisina Laṭīfah al-‘Arfāwī, per citarne solo alcuni.

A partire dalla seconda metà del secolo la sua produzione si apre a tematiche più specificamente politiche e sociali, rinfocolando le polemiche perfino in seno al parlamento siriano. Il poeta infatti «accusa gli Arabi di possedere solo doti oratorie e i regimi vessatori di togliere ai cittadini il diritto di dissentire» (Camera d’Afflitto).

Nel 1966, ritiratosi dagli incarichi pubblici, fonda a Beirut – ove si era trasferito a seguito del primo colpo di stato in Siria che aveva portato al potere il partito Ba‘th – la casa editrice Manšūrāt Nizār Qabbānī (Pubblicazioni di Nizar Qabbani) con l’intento di renderla portavoce delle istanze di libertà e di uguaglianza nel mondo arabo.

Nell’aprile del 1971, «dopo trent’anni di esperienza poetica e dopo venti libri», egli decide di raccogliere in un’auto-antologia le sue trenta liriche maggiormente significative, una sorta di summa del suo iter poetico fino a quel momento. Nasce così Aḥlà qaṣāʼidī, che l’arabista barese Silvia Moresi e il cantautore libano-palestinese Nabil Salameh – fondatore e voce dell’acclamata world music band dei Radiodervish – hanno
tradotto a quattro mani dall’originale e pubblicato nel 2016 per i tipi della casa editrice milanese Jouvence con il titolo Le mie poesie più belle. Una selezione compiuta dallo stesso Qabbani era senza dubbio il modo migliore per presentare al pubblico italiano una delle figure più influenti e amate della letteratura araba novecentesca, la cui ponderosa opera omnia supera i quaranta titoli e le cui traduzioni nel nostro Paese sono ciononostante davvero esigue.

L’autore quarantottenne decide, con questa silloge, di fare un difficile bilancio della sua vita, di uomo e di poeta, come confessa nell’introduzione: «Ogni processo di selezione è di per sé spaventoso, e la scelta delle poesie, da parte di chi le ha scritte, è il culmine del terrore […] questo [libro] vuole essere un ricordo del
mio inizio, il mio passaporto e tutta la mia esistenza».

Tra queste «poesie-chiave» del percorso letterario-esistenziale di Qabbani non poteva quindi mancare Il tuo seno (Nahdāki), in cui la «brunetta» navigata del suo primo dīwān, durante l’amplesso, gli sussurra all’orecchio: «Mio poeta… non avevo mai incontrato un ventenne che ancora non fosse stato svezzato». E neppure «la prostituta», personaggio eponimo della lirica al-Baġī, che denuncia l’ipocrisia degli uomini, «giudici […] troppo codardi per essere giusti».

 

 

Ma il Qabbani romantico – quello dei versi struggenti di Lettera da sotto il mare (Risālah min taḥta al-mā’) e Fiume di tristezza (Nahr al-aḥzān) – e il pioniere dei diritti delle donne di Lettera a un uomo (Ilà raǧul mā…) resta pur sempre «un uomo come gli altri», come ammette in A una santa (Ilà qiddīsah), e pertanto perfettamente inserito in quel mondo maschile da cui pure vorrebbe prendere le distanze.

Tra questi trenta capolavori antologizzati trovano posto temi forse ancor più scabrosi di quelli già menzionati e che costituiscono tutt’oggi un tabù, non solo in Oriente, ma in certa misura anche in Occidente: per esempio, in Incinta (Ḥublà), risalente nientemeno che agli anni Cinquanta, una donna rivendica il diritto di interrompere la propria gravidanza («Abortirò… / non voglio per lui un padre così spregevole!»); Poesia maligna (al-Qaṣīdah al-šarīrah) descrive un rapporto saffico («È forse perversione, sorella, / se una mela vuol baciare un’altra mela?»); Poesia selvaggia (al-Qaṣīdah al-mutawaḥišah) è un invito all’amore libero, «lontano dalla terra della repressione» dove, come si legge in un’altra poesia, Superstizione (al-Ḫurāfah), «il sesso» è «un orco» «che strangola bambini e divora vergini» ed è punito «con il castigo di Dio».

 

 

Chiude il volume la lirica Il pane, l’hashish e la luna (Ḫubz wa ḥašīš wa qamar), una tremenda, definitiva invettiva lanciata contro la passiva società siriana (o più probabilmente araba tout court), «che vive senza occhi», coltiva valori obsoleti e «si consola con l’oppio» della religione.

La modernità di Nizar Qabbani risiede essenzialmente nel suo essere sempre stato un intellettuale controcorrente, mai succubo di qualsivoglia potere costituito, politico o religioso, fedele soltanto alla donna e al proprio indomito sentire: «Se l’arte è soggetta a norme restrittive e soprattutto alle aspettative della società, essa smette di essere creativa e muore».

 

Francesco Medici

 

Bibliografia di Nizar Qabbani in traduzione italiana

- Tu… Tu; Guerra o pace; Sifilide; Brace; Bagnante; Seni crocefissi, in Calchi di poesia araba contemporanea, a cura di F. Cabasi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1962, pp. 79-90.

- Poesie, a cura di G. Canova, M.A. De Luca, P. Minganti, A. Pellitteri, Istituto per l’Oriente, Roma 1976.

- Il fiammifero è in mano mia e le vostre piccole nazioni sono di carta e altri versi, a cura di V. Colombo, San Marco dei Giustiniani, Genova 2001.

- Il libro dell’amore, traduzione di M. Avino, in Antologia della letteratura araba contemporanea. Dalla nahda a oggi, a cura di M. Avino, I. Camera d’Afflitto, A. Salem, Carocci, Roma 2015, pp. 116-117.

- Le mie poesie più belle, traduzione dall’arabo a cura di N. Salameh e S. Moresi, postfazione di P. Caridi, Jouvence, Milano 2016:

http://www.jouvence.it/component/virtuemart/fuori-collana/le-mie-poesie-piu-belle.html?Itemid=0

 

Sitografia

 

- Nizar Qabbani (sito ufficiale): http://www.nizarq.com/

- Silvia Moresi, Nizar Qabbani e Adonis: erotismo e ateismo come forme di rivolta, Libreria Zaum, Bari, 14 novembre 2015 (video): https://www.youtube.com/watch?v=91mj9aHCPQQ

 

Cfr :

Poesie di Nizar Qabbani cantate da Kazem al Saher  sul sito di Orientalistica:

“La odio” (أكرُها)

http://www.orientalistica.it/?p=3123

“La tua mano” يَدُكِ

http://www.orientalistica.it/?p=1420

”Amami senza problemi” أحبيني بلا عُقَد

http://www.orientalistica.it/?p=3549

 قولي  أحِبُكَ “Dì che ti amo”

http://www.orientalistica.it/?p=298

“Ancora fammi innamorare ancora”   زيديني عِشقَاً

http://www.orientalistica.it/?p=96

A cura del

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 

 

 

 
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