Il fiore celeste di Yusuf Huwayyik

 

 «L’anima è un fiore celeste che non può vivere all’ombra, ma le spine possono vivere ovunque. Questa è la vita della gente orientale afflitta dalla malattia delle belle arti. Questa è la vita dei figli di Apollo esiliati in questo paese straniero, il cui lavoro è strano, il passo è lento e il riso è pianto. Come stai, Yusuf? Sei felice tra i fantasmi umani che vedi ogni giorno ai due lati della strada?».

Così scriveva da Boston nel 1911, rimpiangendo gli anni di studi artistici trascorsi insieme a Parigi presso l’Académie Julian, il poeta e pittore libanese Kahlil Gibran (Ğubrān Ḫalīl Ğubrān, 1883-1931), ormai rientrato definitivamente negli Stati Uniti, all’amico di vecchia data, collega, connazionale e coetaneo Yusuf Huwayyik (Yūsuf al-Ḥuwayyik).

 

 

Figlio di Saadallah Huwayyik (Sa‘d Allāh al-Ḥuwayyik) – consigliere amministrativo del Mutasarrifato del Monte Libano – e nipote del Patriarca maronita Elias Boutros Huwayyik (Īlyās Buṭrus al-Ḥuwayyik, 1843-1931), Yusuf nacque a Helta (Ḥiltā), nell’attuale Libano settentrionale, il 9 marzo 1883. Nel 1898 lasciò il villaggio natale per recarsi a Beirut, dove frequentò il Collège de la Sagesse (Madrasat al-Ḥikmah).

È proprio a questi anni che risale l’inizio della sua amicizia con Gibran, suo compagno di scuola. Insieme i due adolescenti fondarono la rivista scolastica «al-Manārah» (Il faro), sulle cui pagine, affiancati da un terzo studente, pubblicarono i loro articoli e disegni.

Nel 1903, ottenuto il diploma, Gibran fece ritorno in America (dove la sua famiglia era emigrata già dal 1895), mentre Yusuf partì alla volta dell’Italia per studiare pittura, scultura e architettura presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Seguirono alcuni anni fondamentali per la sua formazione, soprattutto nell’ambito dell’arte sacra, grazie anche a numerosi viaggi a Napoli, Firenze, Milano, Venezia e, più tardi, in Spagna, Grecia, Egitto e Iraq.

Nel 1909 si trasferì a Parigi dove diede di fatto l’avvio alla sua produzione creativa. Si dedicò inizialmente all’arte pittorica, la sua prima grande passione, che finì però col cedere progressivamente il passo alla scultura, sotto la decisiva influenza del venerato maestro Auguste Rodin (1840-1917).

Il nuovo incontro con Gibran nella «Ville Lumière» rappresentò un vantaggio per entrambi. I due artisti, assidui frequentatori del noto Café du Dôme, nel quartiere di Montparnasse, strinsero infatti un vero e proprio sodalizio fraterno, sostenendosi a vicenda, visitando insieme musei e gallerie, dividendo le spese per pagare le modelle e i modelli che posavano nel loro atelier.

A corto di denaro, abbandonarono ben presto i corsi dell’accademia per mettersi a studiare e a lavorare in proprio, avendo intuito di avere più affinità con la tradizione classica che con il fauvismo e il cubismo (da loro ritenuti «una rivoluzione folle radicata contro l’arte e la bellezza»), allora in piena fioritura a Parigi. Il suggestivo ritratto a olio di Gibran eseguito da Huwayyik nel 1910 e intitolato Ritratto di un parigino è oggi esposto nel Museo Gibran a Becharré (Bišarrī), in Libano.

Sul finire della primavera, per qualche mese, li raggiunse nella capitale francese un altro compatriota, lo scrittore Ameen Rihani (Amīn al-Rīḥānī, 1876-1940). Per l’intera stagione estiva i tre amici furono inseparabili, tanto da autosoprannominarsi ironicamente «il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo». Yusuf realizzò un busto scultoreo di Ameen, attualmente custodito presso il Museo Rihani a Freike (al-Furaykah), e gliene fece dono poco prima che quest’ultimo partisse per New York.

A Parigi Huwayyik e Gibran ebbero la straordinaria opportunità di conoscere molti importanti intellettuali, pensatori, attivisti politici e artisti, tra cui la celeberrima danzatrice statunitense Isadora Duncan (1877-1927), che acquistò due quadri di Yusuf per 500 franchi. In quel periodo Huwayyik scoprì inoltre il suo autore preferito, il francese Ernest Renan (1823-1892), di cui apprezzò soprattutto la monumentale Histoire des origines du Christianisme (Storia delle origini del Cristianesimo), e iniziò la traduzione in arabo della Divina Commedia, rimasta inedita e probabilmente incompiuta.

Nell’autunno del 1910 Kahlil e Yusuf lasciarono entrambi la Francia, il primo diretto a Boston, il secondo in Libano. I due sodali non potevano immaginare allora che non si sarebbero mai più rivisti (Gibran morì appena quarantottenne a New York). Huwayyik, dal canto suo, continuò fino alla fine degli anni ’30 a viaggiare tra Europa e Medio Oriente.

Nelle sue memorie inedite, custodite dai suoi eredi in Libano, parla della libertà dei popoli occidentali e della loro civiltà, deplorando l’amara sorte della sua patria, sottoposta da quattro secoli al giogo dell’Impero ottomano. Intanto, mentre la sua fama come artista si diffondeva anche nella Grande Siria, le sue idee politiche iniziavano a suscitare sospetto e diffidenza. È noto infatti che le spie inviate da Jamal Pascià (Ahmet Cemal Paşa, 1872-1922), uno dei triumviri che guidò l’Impero ottomano dal 1913 fino alla fine del primo conflitto mondiale, abbiano osservato con attenzione l’operato dello scultore, ritenuto un sovversivo.

Il 6 maggio 1916, oggi ricordato in Libano e in Siria come il Giorno dei Martiri, a Beirut e a Damasco furono condannati a morte e giustiziati per impiccagione nella pubblica piazza dai Turchi numerosi indipendentisti e nazionalisti siro-libanesi. Huwayyik riuscì fortunosamente a scampare alla forca soltanto perché residente all’estero.

Quella tragedia ispirò uno dei suoi capolavori, il Monumento ai Martiri, collocato nella Piazza dei Cannoni a Beirut (rinominata poi Piazza dei Martiri). L’opera, nota anche come Les Pleureuses, raffigura due donne piangenti, una cristiana e l’altra musulmana, posta l’una di fronte all’altra nell’atto di tendersi
reciprocamente le mani.

Purtroppo, durante la guerra civile del 1958, la scultura in pietra, oggetto di pesanti atti di vandalismo, venne rimossa per essere sostituita, nel 1960, da un nuovo monumento commissionato allo scultore italiano Renato Marino Mazzacurati (1907-1969). Quello realizzato da Huwayyik è stato restaurato ed è oggi esposto nei giardini del Nicolas Sursock Museum di Beirut.

Lo scultore lavorò per anni a numerosi busti e monumenti che immortalano eminenti personalità a lui coeve o del passato. A suo avviso, ritrarre un individuo significava rappresentarne con precisione le linee e le proporzioni, e quindi l’anima, il carattere e il pensiero – ed è per questo che i critici hanno sovente definito l’artista «un raffinato psicologo».

Tra i soggetti più noti meritano di essere menzionati: il patriota libanese Youssef Bey Karam (Yūsuf Bik Karam, 1823-1889), il pittore libanese Daoud Corm (Dāwūd al-Qurm,1852-1930), il poeta egiziano Ahmed Shawki (Aḥmad Šawqī, 1869-1932), il Patriarca Huwayyik, Papa Benedetto XV (1854-1922) e Faysal I (Fayṣal Ibn al-Ḥusayn Ibn ‘Alī, 1885-1933), re dell’Iraq e della Siria.

E fu proprio Huwayyik, grazie ai suoi ottimi rapporti con il Vaticano, a favorire nel 1919 lo storico incontro tra il pontefice e il sovrano hascemita, conosciuto quello stesso anno a Parigi in occasione della Conferenza di Pace.

A Roma, nel 1924, sposò la contessa Anna Maria Paolini e dalla loro unione nacque Giorgio Hoyek (1925-2007) – questa l’imprecisa traslitterazione italiana del cognome –, destinato a diventare un insigne giurista (una testa di Giorgio bambino, scolpita da Yusuf, è conservata dalle sue discendenti Ornella e Paola Hoyek).

Il matrimonio finì dopo appena un anno e Huwayyik fece nuovamente ritorno in Libano, dove consolidò la sua fama di “artista nazionale”, lavorando quasi esclusivamente su commissioni da parte del clero o dello Stato libanesi. Molte sono dunque le sue opere, principalmente scultoree, collocate all’interno di chiese o in luoghi pubblici.

Alcune delle sue composizioni si possono ad esempio ammirare nella chiesa di Nostra Signora del Libano, nel quartiere beirutino di Achrafieh (al-Ašrafiyyah), e nella cappella delle Suore Maronite di Ebrine (‘Abrīn).

Vi sono poi il monumento al Patriarca Stephan Douayhy (Isṭifān al-Duwayhy, 1630-1704), a Ehden (Ihdan), e quelli dedicati al Profeta Elia e al nazionalista pan-siriano Antoun Saadeh (Anṭūn Sa‘ādah, 1904-1949). I dipinti intitolati Madonna dei Sette Dolori e Cristo nel Giardino degli Ulivi furono donati alla Casa Madre delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, a Parigi. L’artista realizzò anche un certo numero di bassorilievi, medaglie e targhe commemorative.

Nel 1939, dopo il definitivo ritorno dall’Europa, Yusuf si stabilì a Aoura (‘Aūrā), un villaggio situato nel distretto di Batroun (al-Batrūn), nel nord del Libano, cinto da colline rocciose e gole profonde. Qui lo scultore costruì una casetta in pietra, ai piedi di un’antica quercia, alla cui ombra soleva trascorrere lunghe ore a meditare, a scrivere le sue memorie e a ricevere di tanto in tanto le visite di parenti, amici e ammiratori.

All’interno della modesta abitazione allestì un piccolo atelier dove sono tuttora conservati alcuni suoi busti, ritratti e altri oggetti d’arte. Pian piano, però, il suo nome e la sua opera caddero nell’oblio: il suo stile, al contempo realistico e romantico, al confine con il simbolismo, non sembrava suscitare più alcun interesse. Così egli si ritirò pian piano a vita privata, senza tuttavia smettere di scolpire, ma per puro e personale piacere dei sensi e degli occhi.

All’ultima sua stagione creativa appartiene una meravigliosa serie di sensuali nudi femminili che rimandano ai temi dell’amore, della maternità e della semplice vita contadina.

Nel 1957 a Beirut diede alle stampe ikrayātī ma‘a Ğubrān (I miei ricordi con Gibran), tradotto in inglese e pubblicato vent’anni dopo a New York da Matti Moosa con il titolo Gibran in Paris. Si tratta di un resoconto del biennio parigino 1909-1910 vissuto a stretto contatto con l’amico di un
tempo.

L’opera è costituita da venticinque capitoli, ovvero da altrettanti racconti narrati in forma di conversazioni drammatizzate, e ha l’indiscutibile pregio di essere di agevole lettura, grazie anche a una scrittura sobria, discreta ed equilibrata.

 

 

All’inizio del 1962 le condizioni di salute ormai precarie dell’artista peggiorarono sensibilmente. Su consiglio dei medici, Huwayyik abbandonò per sempre l’umile dimora di Aoura per trasferirsi nel villaggio di Haret Sakher (Ḥārit Ṣaḫir), poco distante da Jounieh (Ğūniyah), dove trascorse gli ultimi giorni della sua vita assistito dalla sorella Mhabbé (Maḥabbah).

Le sue ultime volontà, affidate al nipote Yusuf Richa (Yūsuf Rīšah), recitano: «Desidero un funerale in forma privata, una semplice bara e una lapide dove non sia scritto il mio nome. Desidero essere seppellito a Helta, insieme agli altri membri della mia famiglia,
senza clamori né onorificenze».

Alla sua morte, avvenuta il 23 ottobre, qualcuno ricordò le sue parole: «L’arte riveste un ruolo educativo fondamentale perché è la pietra di paragone dello sviluppo e della civiltà dei popoli». Un giornale locale scrisse: «Con Yusuf Huwayyik il nostro Paese ha perso il decano della scultura contemporanea
libanese».

 

Bibliografia

- Y. al-Ḥuwayyik, ikrayātī ma‘a Ğubrān. Bāris 1909-1910, Dār al-Aḥad, Bayrūt 1957 (cfr. Y. Huwayyik, Gibran in Paris, translated by M. Moosa, Popular Library, New York 1976; K. Gibran, Il profeta e il bambino, inediti e testimonianze raccolti e tradotti da F. Medici, Editrice La Scuola, Brescia 2013, pp. 23; 34-35, 94, 101-102, 112-113, 134, 141, 147, 171).

- K. Gibran, A Self-Portrait, Citadel Press, New York 1959, p. 26 (cfr. Tutte le poesie e i racconti, a cura di T. Pisanti, Newton Compton, Roma 1993, pp. 637-638).

- R. Fāḫūrī, al-Nafs al-āhirah bayna Ğubrān wa al-Ḥuwayyik, Dār Miṣbāḥ al-Fikr, Bayrūt 1981.

- R. Waterfield, Prophet. The Life and Times of Kahlil Gibran, Penguin, London 1998 (cfr. Profeta. Vita di Kahlil Gibran, traduzione di A. Magagnino, Guanda, Parma 2000).

- I.Ğ. Šaybūb, Ğubrān wa al-Ḥuwayyik fī Bāris (1909-1910), Dār al-Ibdā’, Bayrūt 2001.

- K. Gibran, Venti disegni, a cura di F. Medici, Edizioni Giuseppe Laterza, Bari 2006.

- J. Douaihy, Pioggia di giugno, Feltrinelli, Milano 2010, p. 103.

- F. Medici, Figli dei cedri in America. Il carteggio tra Ğubrān alīl Ğubrān e Amīn Fāris al-Rīānī, «La rivista di Arablit», anno I, numero 1, giugno 2011, pp. 83-112 (http://www.arablit.it/rivista_arablit/numero1_2011/08_medici.pdf).

- F. Medici, Gibran in Italy, in The Enduring Legacy of Kahlil Gibran, edited by S. Bushrui and J. Malarkey, University of Maryland, 2013, pp. 182-203.

- F. Medici, Storia del Museo Gibran, Centro Studi e Ricerche di Orientalistica, 24 giugno 2013 (http://www.orientalistica.it/?p=3707#more-3707).

- F. Medici, Il Museo Rihani, Centro Studi e Ricerche di Orientalistica, 29 luglio 2013 (http://www.orientalistica.it/?p=3960).

 

Ringraziamenti

L’autore del presente articolo desidera ringraziare Ornella e Paola Hoyek, nipoti dell’artista, per le preziose informazioni e per i documenti rari o inediti generosamente forniti.

 

Francesco Medici

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 

 
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