Ibn Battuta (1304 -1377 ). 1

 

“Decisi di lasciare tutti i miei cari e la mia patria, come gli uccelli lasciano il loro nido”, scrive il viaggiatore Ibn Battuta nel suo libro Tuḥfat al-naẓār fī gharāʾib al-ʾamṣār wa ʿajāʾib al-asfār (traducibile come “Un dono prezioso per chi vuole gettare lo sguardo su luoghi inconsueti e meraviglie di viaggio”), noto semplicemente come al-Riḥla (“I viaggi”).

 

 

 

Ma quando, nell’VIII secolo dall’Egira (XIV secolo d.C.), Ibn Battuta iniziò il suo viaggio in diverse parti del mondo, non era previsto che egli avrebbe tracciato e lasciato alle
generazioni future un’immagine fedele del mondo islamico nella sua epoca. Nato nel 1304 d.C. a Tangeri, nel Marocco settentrionale, Ibn Baṭṭūṭa Muḥammad Ibn ʿAbd al-Lāh proveniva dalla tribù berbera nota come Lawātà. Prima dell’avvento dell’islam, infatti, il Marocco era abitato dai Berberi.

Il suo nome farebbe riferimento alla madre che, secondo le fonti, si chiamava Fāṭima, per cui il figlio prese il nome di ‘Ibn Faṭṭūma’, che poi divenne ‘Ibn Baṭṭūṭa’. Secondo gli studiosi, coloro che dicono ‘Ibn Baṭṭūṭa’ cercherebbero di nascondere il fatto che il nome sia riferito alla madre.

Shawqī Ḍayf, nel suo libro sui viaggi, lo cita come ‘Ibn Baṭṭūṭah’, mentre l’autore di Tāj al-ʿArūs, il maggiore dizionario di lingua araba di cui disponiamo, afferma che il nome sia di forma ‘faʿʿūla’, dunque ‘Ibn Baṭṭūṭa’.

La sua passione per i viaggi, presente in lui sin dall’infanzia, derivava dal suo amore per i maggiori paesi del mondo e i loro luoghi d’interesse, che gli giungeva dai libri che circolavano tra gli arabi al tempo, come Kitāb al-Masālik wa al-Mamālik (“Il libro delle strade e dei reami”) di Ibn Khurdādhba e Al-Masālik wa al-Mamālik di al-ʾIṣṭakhrī.

La sua educazione fu un misto di cultura berbera e di cultura islamica: Ibn Battuta studiò presso la scuola coranica, imparò il Corano, e quindi si formò nella legge islamica. Fu proposto come candidato alla nomina di giudice, il che dimostra che egli era un vero esperto di diritto, altrimenti ciò non sarebbe mai potuto accadere.

Ma nonostante conoscesse, tra le altre cose, le scienze religiose, l’esegesi coranica, gli ḥadīth (detti e fatti del Profeta Muḥammad) e il Corano, egli acquisì la maggior parte delle sue conoscenze attraverso il pellegrinaggio, che durò diversi anni a partire dal 1325, quando Ibn Battuta aveva 21 anni.

Il suo pellegrinaggio, infatti, non era fine a se stesso, ma mirava all’apprendimento, alla formazione personale, alla ricerca dei retroscena, della dimensione nascosta della legge islamica attraverso la visita di tutte le regioni raggiunte dall’islam.Ibn Battuta cercava gli ʿulamāʾ (esperti nelle scienze religiose), si metteva in contatto con loro, imparava da loro e poteva rimanere presso di loro anche un mese o due.

Ibn Battuta effettuò tre lunghi viaggi. Il primo cominciò da Tangeri, in direzione dell’Africa fino ad Alessandria d’Egitto, e da lì a Damasco e al Cairo. Poi proseguì verso il Nilo fino ad Assuan per attraversare il mar Rosso e si imbarcò per Gedda. Dopo essere tornato al Cairo e di nuovo a Damasco passando per la Palestina, partì per Laodicea e Aleppo e si diresse, insieme a una carovana di pellegrini, verso la Mecca.

In seguito, partì per l’Iraq, poi verso la Persia. Effettuò un secondo pellegrinaggio alla Mecca, poi si recò nello Yemen, nel Bahrain, e da lì di nuovo verso la Mecca. Infine raggiunse l’Egitto, che definì “la madre di tutti i paesi” e sul quale, nel suo libro, si sofferma in particolar modo, descrivendo nel dettaglio tutte le città, da Alessandria fino all’alto Egitto. Il Cairo, che anche a quei tempi, come oggi, veniva chiamata semplicemente Miṣr (Egitto), ebbe un forte impatto su Ibn Battuta.

La città era piena di gente, di edifici affollati e di cose da vedere, ed era naturale che il viaggiatore marocchino, il quale vi era arrivato partendo da Tangeri e passando per le piccole città delle pianure dell’Africa settentrionale, ne restasse colpito. Fu ugualmente affascinato dalle piramidi, su cui scrive: “Queste piramidi sono tra le meraviglie che saranno ricordate nel corso del tempo. Sono costruzioni in pietra dura, scolpite, estremamente elevate, larghe alla base, strette in alto, con forma simile a quella di un cono, senza porte, e non si evince il modo in cui siano state costruite”.

Altrettanto suggestiva è la sua descrizione di Damasco: “Apparve davanti ai miei occhi il fascino di Damasco. Vi regnavano un’atmosfera di tolleranza e una grande varietà di fondazioni pie i cui beni venivano utilizzati per coprire le spese per coloro che non potevano permettersi di effettuare il pellegrinaggio o per i bisognosi. Al fine di ottenere la libertà, le spose dovevano fornire una dote e i prigionieri dovevano pagare una cauzione. Anche i viandanti ricevevano donazioni dalle fondazioni pie, le quali investivano le loro entrate in parte nel fornire ospitalità, in parte nella pavimentazione delle strade”.

Ma il focus del viaggio era certamente rappresentato dalla penisola araba, poiché i luoghi sacri, che costituiscono la sede dell’islam e della rivelazione, erano la meta dei pellegrini, perciò Ibn Battuta diede loro risalto all’interno della descrizione della Mecca. L’autore descrive gli abitanti della Mecca come persone con qualità nobili e buoni valori, altruiste verso i deboli e gli abbandonati, con buoni rapporti di vicinato con gli stranieri.

Durante il suo secondo viaggio, Ibn Battuta si diresse verso nord, dove visitò la grande Siria, poi entrò in Asia minore e giunse a Sinope, sul mar Rosso, che attraversò per raggiungere l’isola della Crimea. Visitò la Russia meridionale prima di spostarsi verso la Bulgaria. Da lì, tornò in Persia ed entrò in India, dove visse in diverse città, si sposò e fece il giudice per dieci anni.

Nella sua opera, Ibn Battuta descrive le tradizioni del popolo che viveva in India, un popolo composto da musulmani e soprattutto da non musulmani, appartenenti alla tribù al-Biṣādyin, e ci parla della loro abitudine di scoprire alcune parti del corpo che non si vedevano nelle città del mondo islamico, delle loro tradizioni matrimoniali, dei cibi e delle spezie molto piccanti usate nei cibi indiani.

Successivamente, visitò lo Sri Lanka, l’Indonesia, il Guangdong in Cina, e tornò da Sumatra nel Dhofar via mare e in Palestina via terra. Poi partì verso il Marocco passando per l’Egitto e la Tunisia e, durante il tragitto, raggiunse la Sardegna via mare. Durante la sua visita a Fez, attraversò lo stretto di Gibilterra e visitò l’Andalusia.

Il terzo viaggio di Ibn Battuta fu un’avventura faticosa e rischiosa nelle profondità dell’Africa. Egli continuò a camminare fino al Mali, poi tornò sui suoi passi finché non terminò il suo percorso nella terra dei persiani. Si addentrò nel Sudan occidentale verso Timbuctu e giunse fino al fiume Niger. A questo punto, fu convocato dal sultano ʾAbū ʿIfān Fāris e tornò in Marocco. Fu allora che iniziò a comporre e dettare il suo libro.

 

Stefania Dell’Anna

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 
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