La “donna combattente” secondo Ameen Rihani

 

Pioniere della cosiddetta «letteratura siro-americana», primo arabo a comporre in versi liberi (al-ši‘r al-manṯūr), primo poeta, romanziere e drammaturgo bilingue (arabo-inglese), il libanese Ameen Rihani (Amīn Fāris Anṭūn al-Rīḥānī, 1876-1940) è considerato uno dei corifei della nahḍah (rinascita culturale araba).

Tuttavia la sua pur vasta produzione come scrittore – in grado di cimentarsi in generi letterari ancora inediti nella sua tradizione d’origine – e come sagace saggista e giornalista non basterebbe di per sé a giustificare un simile primato.

 

 

Rihani è stato infatti un precursore principalmente per la sua visione politico-sociale all’avanguardia, per il suo impegno concreto – in qualità di mediatore culturale tra i due emisferi del globo, conferenziere, diplomatico e nazionalista – nel promuovere la realizzazione di una società senza discriminazioni di razza, sesso e religione, che potesse fare tesoro del meglio dei valori orientali e occidentali al fine di superare quella condizione di stagnazione e regresso in cui il suo popolo versava ormai da secoli, nella ferma convinzione che per riformare una nazione fosse necessario riformare l’essere umano.

Formatosi negli Stati Uniti d’America, ritenuti all’epoca la culla della democrazia e della libertà, Rihani giudicava intollerabile lo stato di oppressione e ignoranza in cui vivevano le donne della sua terra, musulmane e cristiane.

Egli non fu il primo intellettuale arabo a pronunciarsi sulla questione femminile – si pensi agli egiziani Rifā‘ah Rāfi‘ al-Ṭahṭāwī (1801-1873) e Qāsim Amīn (1863-1908) –, ma fu tra i pochi a ritenere che le donne dovessero emanciparsi da sole, senza delegare agli uomini il compito di battersi per i loro diritti: «Dieci donne che camminano per le strade della città a volto scoperto – scrisse nel 1917 – sono più efficaci di cento scrittori uomini che difendono la causa della loro emancipazione».

Secondo il «Filosofo di Freike» (Faylasūf al-Furaykah) – questo l’appellativo con cui l’autore viene tuttora comunemente designato –, la donna araba doveva affrancarsi dalle tradizioni sociali e religiose e dalle convenzioni obsolete, e partecipare pubblicamente e attivamente allo sviluppo della nazione in tutti i campi: scientifico, economico, politico, sociale e culturale. Inoltre, ella non doveva limitarsi a rivestire un ruolo complementare a quello dell’uomo, ma doveva eguagliarlo, eliminando di fatto ogni discriminazione di genere.

Suggerì quindi alle donne delle soluzioni pratiche per la loro liberazione, tra cui l’istruzione come dovere sociale – in quanto principale elemento propulsore per il progresso della società araba tutta – e il rifiuto della consuetudine del matrimonio forzato e della poliginia.

Fu inoltre il primo scrittore arabo a parlare non solo di «femminismo», ma anche di «sorellanza», ovvero del rapporto di solidarietà e reciproco aiuto tra donne che l’Occidente avrebbe conosciuto solo con la nascita dei movimenti femministi degli anni Settanta del XX secolo. Rihani, da vero riformatore sociale, è stato dunque un pragmatico e lungimirante promotore dei diritti delle donne, a differenza di altri e più noti padri del movimento femminista nel mondo arabo, le cui opere risentono di un’impostazione troppo teorica e androcentrica.

Il suo articolo del 1933 intitolato al-Mar’ah al-muǧāhidah (La donna combattente), successivamente confluito nella nota raccolta miscellanea al-Rīḥāniyyāt, potrebbe apparire ad una prima lettura come una sorta di stucchevole (e anacronistico) panegirico della madre di famiglia, dell’angelo del focolare.

Ma l’autore, attraverso il suo consueto stile ironico e provocatorio, intende in realtà ammonire le donne a non emulare la tracotanza e la prepotenza dell’uomo (reo di aver costruito un ipocrita sistema di valori etici, sociali e religiosi da questi concepito a proprio esclusivo uso e consumo) e, al contempo, celebrarne le virtù morali, quali la pazienza, la lealtà, la generosità, l’abnegazione, l’integrità.

Certo, l’espressione “donne combattenti” suona oggi, specie in Occidente, alquanto sinistra poiché rimanda al numero crescente di quelle, tra di loro, che sposano la causa di certe organizzazioni terroristiche e fondamentaliste (tradizionalmente maschili), si uniscono alle loro file e vi assumono perfino mansioni e incarichi esecutivi, quasi alla ricerca, sostiene qualcuno, di quella che si potrebbe definire come una forma di “emancipazione negativa”.

Anche per questo le riflessioni espresse da Rihani in La donna combattente, di cui si riporta di seguito un’inedita traduzione in italiano, risultano tutt’altro che datate, ma, al contrario, di estrema attualità.

LA DONNA COMBATTENTE

La donna combattente non è la donna che si arruola nell’esercito, come gli uomini, per difendere il proprio Paese, e neppure la donna dotta e sapiente che si adopera, accanto agli uomini, per il bene dell’istruzione e della cultura. Non è la moderna stacanovista che compete con gli uomini nelle più svariate occupazioni, e neppure l’angelo della misericordia che conforta gli ammalati e benda le ferite dei poveri e dei miserabili.

Secondo me, la donna combattente è la donna che non sa nulla del mondo all’infuori delle mura della sua casa e che non desidera nulla dalla vita se non di assolvere il compito che la vita stessa le ha affidato.

Recando il suo fardello, ben lungi dalle lusinghe della fama e dalle luci sfavillanti della gloria, questa donna lavora alacremente per ciò che ritiene la sua più grande responsabilità: la casa e la famiglia – ovvero la responsabilità dell’amore e della vita.

È la buona moglie, la madre affettuosa e la sorella consolatrice. Anche qualora non riceva la gratitudine che merita, ella continua ugualmente a elargire il suo amore disinteressato a tutti coloro che la circondano. Cresce i figli e rende felice il capofamiglia, e non si risparmia nell’aiutare i genitori, i parenti, gli amici e i vicini.
È la donna paga, soddisfatta, paziente, fedele e amorevole, che si sforza di salvaguardare l’onore della famiglia e ne amministra gli affari.

Con mano ferma e con un cuore nutrito dalla fede, dondola la culla della vita – e quella vita è l’intero universo. Non fa che donare. Se anche il marito la tradisce, i figli l’abbandonano, i fratelli la dimenticano, non si ritira, lei, dal campo di battaglia; non dimentica, non tradisce né abbandona. La sua vita è un sacrificio costante in nome dell’amore e del senso del dovere.

È questa la donna combattente, anche se resta confinata nella sua casa, perché quella casa è una trincea sulla prima linea del fuoco. Se è vero, come dicono, che il cielo appartiene agli uomini che combattono, allora le donne combattenti meritano un paradiso ben più elevato.

 

Bibliografia

- Ameen Rihani, The Combating Woman [al-Mar’ah al-muǧāhidah], in The Rihani Essays [al-Rīḥāniyyāt], translated by R. Zuheir Baalbaki, Platform International, Washington DC 2010, pp. 359-360.

- Rifā‘ah Rāfi‘ al-Ṭahṭāwī, al-Muršid al-amīn li’l-banāt wa’l-banīn [La guida sicura per le ragazze e i ragazzi], Maṭba‘at al-Madāris al-Malakīyah, al-Qāhirah 1872.

- Qāsim Amīn, Taḥrīr al-mar’ah [La liberazione della donna], Maktabat al-Taraqqī, al-Qāhirah 1899.

- F. Medici, Il Museo Rihani, Centro Studi e Ricerche di Orientalistica, 29 luglio 2013 (http://www.orientalistica.it/?p=3960).

- F. Medici, “Io sono l’Oriente” di Ameen Rihani, Centro Studi e Ricerche di Orientalistica, 28 settembre 2013 (http://www.orientalistica.it/?p=4549).

- F. Medici, Un autoritratto di Ameen Rihani, Centro Studi e Ricerche di Orientalistica, 19 novembre 2013 (http://www.orientalistica.it/?p=5195).

 

Francesco Medici

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 

 

 
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