Palmira, la Sposa del deserto 2

 

Nel 270, Zenobia nominò comandante supremo delle truppe palmirene l’abile generale Zabdas e lo inviò, in suo nome, all’attaccò delle province romane di Arabia, Palestina ed Egitto, conquistandole.

L’Egitto aveva una notevole importanza per il fatto che, dopo la chiusura delle vie carovaniere del nord, il commercio con l’India passava proprio da quella regione. Allora Zenobia si spinse con le sue truppe a nord, conquistò la Cappadocia e la Bitinia arrivando sino alla città di Ancira. Ma Zenobia non aveva l’approvazione del Senato di Roma; inoltre, non tutte le legioni di stanza in Oriente la seguirono. In quello stesso anno (270), Aureliano viene acclamato imperatore dalle legioni del limes danubiano.

 

 

All’inizio del 272, Aureliano riconquistò l’Egitto, poi la Bitinia e la Cappadocia, poi dopo aver avuto ragione della cavalleria pesante palmirena ad Antiochia, sconfisse l’esercito palmireno, comandato dal generale Zabdas e dalla stessa Zenobia ad Emesa.

La regina si rifugiò a Palmira, ma prima della fine dell’anno Aureliano raggiunse l’oasi e iniziò delle trattative per la resa della città. Durante le trattative, Zenobia ed il figlio, Vaballato, fuggirono, ma furono catturati. Palmira, che non ebbe a soffrire danni in occasione della resa, l’anno dopo (273), a seguito di una ribellione, fu saccheggiata, i suoi tesori furono portati via e le mura furono abbattute; la città, abbandonata, tornò a essere un piccolo villaggio e divenne una base militare per le legioni romane.

Diocleziano, tra il 293 e 303 fortificò la città, per cercare di difendere Palmira dalle mire dei Sasanidi e fece costruire, entro le mura difensive, ad occidente della città, un grande accampamento (il campo di Diocleziano), con un pretorio ed un santuario per le insegne per la Legio I Illirica. A partire dal IV secolo le notizie su Palmira si diradano. Durante il periodo della dominazione bizantina furono costruite alcune chiese, anche se la città aveva perso importanza. L’imperatore Giustiniano, nel VI secolo, per l’importanza strategica della zona, fece rinforzare le mura e vi installò una guarnigione. Nonostante ciò la città venne conquistata dagli Arabi di Khalid ibn al-Walid nel 634.

Benché la storia di Palmira fosse nota, il sito e l’oasi vennero visitate, solo nel 1751, da una comitiva di disegnatori (tra cui l’italiano, Giovanni Battista Borra), capeggiati da due inglesi, Robert Wood e James Dawkins, che nel 1753, pubblicarono in inglese e francese Les Ruines de Palmyra, autrement dite Tadmor au dèsert, che crearono enorme interesse per il sito e l’oasi. Solo però verso la fine del XIX secolo vengono iniziate ricerche di carattere scientifico, copiando e decifrando le iscrizioni; ed infine, dopo l’instaurazione del mandato francese sulla Siria, vengono iniziati gli scavi per potare alla luce i vari reperti. Scavi che continuano ancora oggi.

 

 

L’edificio religioso, dedicato a Bel o Baal, assimilato al greco Zeus (in latino, Jupiter, il nostro Giove), fu edificato sotto il dominio partico con elementi sia di tipo greco-corinzio, sia babilonese nella incongrua merlatura superiore del tempio (I secolo d.C.). Il tempio fu consacrato tra il 32 e il 38, il colonnato fu ultimato nel II secolo, verso il 120, mentre i propilei furono innalzati alla fine del II secolo.

Il recinto sacro è molto ampio di forma quadrangolare, 205×210 metri, contornato da un alto muro di cinta esterno, affiancato da un portico sorretto da un doppio colonnato. Il santuario aveva un ingresso monumentale, che ha subito delle modifiche quando gli Arabi hanno trasformato il santuario in una fortezza. L’ampio cortile interno era completamente lastricato. la cella del tempio misura 10 metri x 30.

Il tempio ha due nicchie, una rivolta a nord, che conteneva la triade di divinità palmirene, Baal, Yarhibol (il Sole) e Aglibol (la Luna). In epoca araba la cella del tempio fu trasformata in moschea, come dimostra il mihrab presente sul muro meridionale della cella. Inizia di fronte all’ingresso del santuario di Bel o Baal ed il primo tratto si conclude con l’arco severiano, a tre fornici, congegnato per mascherare un cambio di direzione di 30 gradi del secondo tratto dalla via.

La via colonnata, le cui colonne presentano delle mensole che erano sormontate da statue, aveva una carreggiata larga 11 metri, affiancata da due portici di 7 metri. Poco dopo aver oltrepassato l’arco severiano, sulla sinistra, vi è il santuario di Nabu, una divinità mesopotamica, assimilata ad Apollo. il santuario fu edificato tra la fine del i secolo e la metà del secondo secolo d.C. All’interno del recinto tre lati hanno un portico sorretto da colonne, mentre il quarto è chiuso da un muro.
Sulla destra della via colonnata, di fronte al tempio di Nabu, sorgevano le terme di Diocleziano, edificate nel II secolo d.C. L’edificio, di non grandi dimensioni, 85 metri x 51, ha un ingresso di quattro colonne monolitiche di granito egiziano. Il teatro è un tipico teatro romano edificato nella seconda metà del II secolo, ancora in buone condizioni di conservazione.

 

 

L’agorà, il foro delle città romane, dell’inizio del II secolo, presenta una pianta quadrangolare (84×71 metri), con portici sui quattro lati. Le colonne presentano delle mensole che erano sormontate da statue. Presso l’angolo sud-ovest dell’agorà sorgeva una basilica rettangolare 815 metri x 12) che si suppone potesse servire per i banchetti Il Senato, piuttosto piccolo, aveva un vestibolo ed una corte interna ed era contornato da alcune botteghe.

Il santuario di Baalshamin (il signore del cielo), consacrato, nel 130, era dedicato ad una divinità una divinità paragonabile a Mercurio (il greco Ermes) era gestito da una tribù nomade. il circuito delle mura racchiudeva tutto il sito monumentale e fu costruita nel III secolo d.C. racchiudeva un’area ci circa 140 ettari. La necropoli è in realtà composta da diverse necropoli distinte. A sud del centro carovaniero si trovava la fonte Efqa, che per millenni ha alimentato l’oasi. Da circa vent’anni il corso dell’acqua è stato deviato più a est.

ll museo inaugurato, nel 1961, contiene opere recuperate dagli scavi archeologici, sia nel giardino che nelle varie sale, che presentano:

la sala 1, una raccolta di epigrafi in lingua palmirena

la sala 2, il modello del santuario di Bel e alcuni elementi architettonici e decorativi del santuario stesso

la sala 3, oltre a mostrare alcuni aspetti della vita di Palmira, dromedari, cammellieri, imbarcazioni, modi di vestire e stoffe del periodo antico, vi è un rilievo dell’architrave del tempio di Baalshamin che un’aquila, vi sono due mosaici provenienti da case vicine al tempio di Bel, e inoltre monete, oggetti di metallo, ceramiche, gettoni invito per i banchetti, sempre provenienti dagli scavi.

le sale 4, 5, e 6, l’arte funeraria palmirena, con ritratti di defunti (molto interessanti quelli femminili abbelliti da numerosi gioielli); nella sala 4, si distingue un sarcofago della famiglia di Malku che raffigura un banchetto funebre; nella sala 5, un sarcofago con letto funebre di Bolbarak e della sua famiglia; nella sala 6, rilievi funebri della famiglia di Salamallat, figlio di Malku.

Il sito archeologico oggi non è stato risparmiato dalla guerra  che si sta combattendo in Siria, e ha subito parecchie distruzioni; nemmeno Palmyra, la leggendaria città del deserto, dimora della regina Zenobia che si oppose, secondo la tradizione, tanto all’impero romano come a quello persiano, è stata risparmiata. I carri armati e le batterie di missili hanno ripetutamente straziato tutti gli edifici monumentali che ne facevano una meta d’obbligo, il tempio di Baal, i colonnati del Decumano, il teatro e anche i Propilei che avevano retto a più di un terremoto. In data 21 maggio 2015 l’ISIS ha dichiarato catturata la città ed il suo sito archeologico.

 

Bibliografia

Alfonso Anania – Antonella Carri – Lilia Palmieri – Gioia Zenoni, Siria: viaggio nel cuore del Medio Oriente, Polaris 2009, pp. 521–558

Franz Cumont, Le province confinarie d’Oriente, in Cambridge University – Storia del mondo antico, vol. IX, Garzanti, Milano, ult. ediz. 1988, pp. 231–259

Arthur Christensen, La Persia sasanide, in Cambridge University – Storia del mondo antico, vol. IX, Garzanti, Milano, ult. ediz. 1988, pp. 429–449

Andreas Alföldi, Le invasioni delle popolazioni stanziali, dal Reno al Mar Nero, in Cambridge University – Storia del mondo antico, vol. IX, Garzanti, Milano, ult. ediz. 1988, pp. 450–477

Andreas Alföldi, La crisi dell’impero (249-270 d.C.), in Cambridge University – Storia del mondo antico, vol. IX, Garzanti, Milano, ult. ediz. 1988, pp. 478–550

Harold Mattingly, La ripresa dell’impero, in Cambridge University – Storia del mondo antico, vol. IX, Garzanti, Milano, ult. ediz. 1988, pp. 599–655

 

Cfr : http://it.wikipedia.org/wiki/Palmira

http://it.wikipedia.org/wiki/Palmira#/media/File:HPIM3161.JPG

A cura del

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 

 

 
This entry was posted in Luoghi. Bookmark the permalink.

Lascia un Commento