L’artista irachena Hadil ‘Aziz

 

Hadeel Azeez o Hadil ‘Aziz ( in arabo) è un’artista irachena. E’ nata nel 1981 a Baghdad sin da piccola ha mostrato un particolare interesse verso la tradizione più classica della pittura ad olio e dopo aver frequentato l’Università di belle arti a Baghdad, a causa dei conflitti in Iraq decide di trasferirsi in Italia nel 2003 ad Alberobello, in Puglia.

Nel 2008 si stabilisce a Londra interrompendo solo temporaneamente la sua attività espositiva per dedicarsi agli studi della tecnica della ricerca e al confronto espressivo del contemporaneo.

 

 

Una ricerca che darà i suoi frutti nel suo rientro in Italia. Hadeel Azeez  si occupa di pittura ma anche di scultura e disegno. E con le sue opere intimiste e raffinate è in grado di emozionare e far riflettere.

 

Come ti sei avvicinata all’arte?

In maniera graduale, sin dalla tenera età. Dopo il liceo classico ho preso la decisione di iscrivermi all’Accademia delle belle arti a Baghdad, dove ho cominciato il mio percorso artistico vero e proprio.

 

Nei tuoi quadri il corpo femminile è un soggetto ricorrente, a volte nella sua interezza, altre invece solo attraverso un dettaglio. Perché questa scelta?

Non si tratta di una scelta, ma di un modo di guardare le cose. All’inizio preferivo i corpi interi, poi ho cominciato a spingermi sempre più verso i dettagli, guardando il corpo umano da un punto di vista diverso. Quando si è un giovane artista, si tende sempre ad arricchire le proprie opere con elementi visivi, figure e concetti per paura di non essere capiti. Con l’esperienza si impara a liberarsi delle cose superflue e concentrarsi sempre di più sull’essenza.

Che rapporto c’è fra le tue opere e il tuo vissuto interiore?

Per me arte e psicologia sono interconnesse. Non esiste un altro modo di creare se non partendo da se stessi, dal lato più profondo dei propri sentimenti e delle proprie sensazioni. Il percorso di vita, la memoria, l’esperienza, gli interessi e la consapevolezza di sé sono parte del processo creativo che dà vita alle mie opere.

 

Come nasce l’idea di usare la calligrafia araba nei tuoi dipinti?

L’idea è nata dopo una discussione durante una delle mie prime mostre in Italia: un uomo era rimasto molto offeso dalle immagini del nudo femminile presenti nelle mie opere. Poi un giorno, per caso, mi sono ritrovata a leggere una poesia di Nizar Quabbani (illustre poeta siriano del ’900 ndr) e a riflettere su quanta libertà avesse nel descrivere il corpo femminile senza barriere o limiti.

Così ho avuto l’idea di inserire i suoi versi nei miei dipinti perché volevo contestare – con il suo approccio femminista – il modo di vedere la donna solo come un corpo o un oggetto sessuale, anche se, al contrario dei versi di Quabbani, i temi delle mie opere sono lontani da qualsiasi riferimento sessuale o erotico.Per me la scelta del nudo femminile nasceva dall’esigenza di indagare la psicologia umana con assoluta sincerità.

 

 

Le frasi che inserisci nelle tue opere sono tratte da opere letterarie?

Sì, in genere si tratta di poesie d’amore o che narrano esperienze di vita. Uso versi di vari autori di quasi tutte le epoche, ma soprattutto esponenti della letteratura araba moderna. Il senso delle poesie che scelgo è inevitabilmente connesso con quello delle opere in cui sono inserite, e queste ultime prendono il titolo dalle prime. Come accade per esempio con quella intitolata “Per Dove Scappo”, da una poesia di Nazik al-Mala’ika.

Come vivi le critiche che ti sono state mosse per il fatto di utilizzare il corpo – nudo – delle donne?

Le critiche sono lecite, basta che vengano fatte con rispetto. Sarebbe assurdo pensare che tutti possano apprezzare il contenuto delle mie opere, anche perché il giudizio delle persone è sempre condizionato da molti fattori. Come il backgroun sociale, ad esempio, o la religione.

Ti senti parte del panorama artistico femminile iracheno? In che rapporto ti poni rispetto  a figure di spicco come Layla Al ‘Attar?

Il mio percorso artistico si è sviluppato in Italia perché prima di lasciare Baghdad ero ancora una studentessa all’Accademia. Di certo mi sento irachena in tutto, come persona e come artista, ma non ho idea di cosa significhi fare parte del panorama artistico femminile iracheno. Un artista non vorrebbe mai mettersi in una scatola che delimiti i suoi orizzonti. Mi vedo solo come una persona che proviene da una cultura ricca di storia e che vuole far conoscere al mondo la proprie arte. Quanto a Layla Al Attar, la ammiro moltissimo per il suo coraggio. Credo che sia un idolo per tutti gli artisti iracheni e non, per il suo contributo all’arte e il valore artistico ed espressivo delle sue opere.

Perché hai deciso di lasciare l’Iraq e trasferirti in Italia?

Questioni di cuore! A Baghdad nell’aprile del 2002 ho incontrato Michele Stallo, l’uomo che poi è diventato mio marito. Era stato invitato a partecipare al padiglione italiano all’Esposizione Internazionale di Arte del Museo nazionale di Arte moderna a Baghdad. Nei mesi successivi Michele è tornato molte volte in Iraq, creando anche l’associazione Salaam Baghdad – Artisti contro la guerra. Abbiamo deciso di andare a vivere insieme e da allora non ci siamo più separati.

Che ricordo hai delle guerre nel tuo paese?

Le guerre, senza soluzione di continuità, sono iniziate quando ero piccolissima, divenendo per me una “normalità” relativamente traumatizzante. Sicuramente mi hanno lasciato tanti ricordi che mi hanno segnata. Ma il mio paese non è solo guerra, l’Iraq ha una lunga storia. I siti archeologici della Mesopotamia sono presenti lungo l’intero tratto dei due fiumi, Tigri ed Eufrate. L’impero islamico ha lasciato un segno forte fino ai nostri giorni. Mi sento molto più vicina a ricordi di questo genere, piuttosto che alle guerre.


A dieci anni dall’invasione americana dell’Iraq, cosa pensi della situazione delle donne nel tuo paese?

Devo premettere che non sono più tornata in Iraq dal 2003, quindi non posso rispondere a questa domanda in maniera troppo precisa. La popolazione irachena ha subìto tante violenze, sia a causa delle numerose guerre sia per la situazione politica interna.

Valentina Marconi

 

L’opera “The revival of the spirit/La rinascita dello spirito” è la rivisitazione di un corpo umano composto da una rete metallica ricoperta di carta pesta e rivestita di spago. L’artista inoltre crea l’opera rielaborando il concetto del baco da seta prima che diventi farfalla. La nascita della farfalla è la rinascita dell’uomo.”Serena Guida”.

Cfr:

http://osservatorioiraq.it/cultura-e-dintorni/conversazione-hadeel-azeez-il-nudo-femminile-come

http://www.roomsmagazine.com/index.php/2013/02/hadeel-azeez/

http://vuotociclo.wordpress.com/about/iii-edizione/artisti-2/salone-delle-velette/hadeel-azeez/

A cura del

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 

 

 

 
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