Un capodanno con Mikhail Naimy

 

Il 1931 fu un anno decisivo nella vita del celebre scrittore libanese Mikhail Naimy (Mīḫā‘īl Yūsuf Nu‘aymah, 1889-1988), residente ormai da un ventennio a New York. Un anno segnato da un tragico lutto amicale nonché dalla fine della sua più importante relazione sentimentale.

Il 10 aprile, appena quarantottenne, minato nel fisico e dedito all’alcol, affetto da cirrosi epatica e tubercolosi, si era spento, dopo una lunga agonia al St. Vincent’s Hospital, il poeta e pittore Kahlil Gibran (Ğubrān Ḫalīl Ğubrān, 1883-1931), suo connazionale e sodale, e Naimy era stato testimone del trapasso dell’amico fraterno al capezzale del suo letto di morte.

In quei mesi si concludeva anche la sua tormentata vicenda amorosa con una giovane ballerina polacca, conosciuta nella metropoli statunitense, che egli chiamava con il vezzeggiativo di “Niania” (ovvero «bambinaia», nella lingua slava). Le ragioni della fine del loro rapporto erano strettamente connesse con l’indole della donna, scarsamente interessata, a differenza dell’autore, agli aspetti spirituali dell’esistenza.

Così scrive infatti Naimy nella sua autobiografia Sab‘ūn: ikāyat ‘umr (Settant’anni: storia di una vita): «Niania aveva un’audacia, una fiducia in se stessa, un’energia vitale senza limiti, a cui univa non comuni qualità di dolcezza e gusto raffinato, di sensibilità squisita e vivida intelligenza.

Sennonché soltanto la soddisfazione dei suoi impulsi, fisici e artistici, era quello che la occupava, mentre le cose che incessantemente impegnavano me – i problemi della vita e della morte, del prima e del poi, del bene e del male, e il fine di questo mio esistere in un mondo che è quello che è – tutto questo era più che mai lontano dalla sua mente, e invano io tentai di svegliare in lei un qualche interesse.

Perciò provavo di tanto in tanto la sensazione che questa ragazza, che aveva suscitato in me quello che nessun’altra prima aveva mai potuto, non avrebbe tardato a diventarmi estranea una volta che fossi rientrato in me stesso.

Era dunque inevitabile per me tornare entro il mio guscio, in quella solitudine che non mi aveva lasciato e non mi avrebbe lasciato, prerogativa di coloro che non si appagano delle scorie e delle banalità della vita, ma anelano inquieti a scoprire le forze prodigiose nascoste dentro di sé, per usarle a profitto proprio e altrui, e in tal modo conoscere la realtà e le forze che la reggono, poiché sono le stesse che stanno custodite nell’intimo del proprio essere».

Perciò, verso la fine di quell’anno, l’autore, amareggiato e deluso, non sentiva di avere più alcun motivo di trattenersi nel Nuovo Mondo (l’avrebbe lasciato nel 1932 per fare definitivo ritorno nel suo villaggio natale di Baskintā, dove si sarebbe votato alla vita ascetica), che gli appariva ormai come il regno «della civiltà che irride ai valori morali, travolta da cupidigie e ambizioni e ipocrisie, della corsa sfrenata al denaro e ai vili piaceri che esso procura, vero e proprio veleno per lo spirito non meno che per il corpo. […] Finché venne la notte di capodanno, 31 dicembre 1931, una di quelle che mi era caro trascorrere da solo, in disparte dalle follie della maggior parte degli uomini, quando tra urla e schiamazzi e risse affollano teatri e caffè, ristoranti e case da gioco, se mai riesca loro di dimenticare di essere uomini, a cui serve ben altro che riempirsi il ventre e le tasche, e stordirsi la testa.

Fu appunto in una di quelle notti che avevo composto, in inglese, una poesia intitolata “Elogio funebre del capodanno”, in cui rimproveravo agli uomini la loro stoltezza nell’esultare per il solo fatto che la terra finisce un suo giro attorno al sole e ne incomincia uno nuovo».

La lirica New Year’s Eve (Vigilia di capodanno), risalente al 1925, uscì nel 1926 sul numero speciale natalizio della rivista arabo-americana «The Syrian World», pubblicata a New York. Gli stessi versi, tradotti in arabo dallo stesso autore con il titolo Nadbah rā’s al-sanah (La piaga del capodanno), furono inclusi nella sua unica raccolta poetica Hams al-ğufūn (Bisbiglio di palpebre), data alle stampe a Beirut solo nel 1945.

Si presenta di seguito il componimento in  ( arabo), insieme alla traduzione italiana dall’originale inglese. Il poeta, vicino a tanta tradizione della mistica di matrice orientale, vi auspica il raggiungimento dell’Assoluto attraverso il superamento della dualità. Quello del vino è invece uno dei temi metaforici ricorrenti nella poesia dei ūfī, dove si canta l’ebbrezza intesa non come ubriachezza, ma come estasi: lo stato di chi non è più presente a se stesso perché completamente assorto nella visione divina.

 

 

 

L’ultimo dell’anno

 

Perché vi agitate, correte e scalpitate, amici miei?

Il vostro piccolo mondo ha iniziato

un altro giro intorno al sole.

E dunque? Perché tanto trambusto?

 

Ma cosa sono la vostra terra o il vostro sole?

E chi ero io, chi sono, chi mai sarò?

Un guizzo di passione nel mare

di vita eterna e sconfinata.

 

Nascono e cadono con gli anni le vostre speranze,

le vostre gioie bagnate di sangue e di lacrime,

i vostri amori vestiti d’odio e paura,

mai vecchi eppure mai nuovi.

 

Ma io, che non conosco speranza,

che gioisco senza lacrime o sorrisi,

che amo di amore nudo come il mattino,

come posso fare festa insieme a voi?

 

A che mi giova la vostra luce

se non mi inoltro, come voi, di notte

per i viottoli tortuosi di Bene e Male

che non conducono in alcun luogo?

 

A che mi serve il vostro vino

se posso attingere alle fonti divine?

Annegate pure i vostri cuori!

Io non annegherò il mio cuore ebbro.

 

Quale bisogno ho io di canti e di trastulli?

Il mio silenzio più profondo si nutre

delle armonie di mondi superiori,

molto al di sopra del vostro.

 

Se nella vostra allegria vi fermaste un momento

ad ascoltare i gemiti della vostra terra,

bramereste forse una nuova nascita

e non un nuovo anno.

 

 

نَدْبَة رَأسُ السَّنة 

ماذا دهاكم يا صحابي

فرُحتم تَغلون ٬ وتفورون ٬

وتتسابقون ٳلى حيث لا تعلمون ٬

وتتجاذبونني ٳلى حيث تتسابقون ؟

أكُلّ ذلك لأنّ هذه الكريَة الهائمة في الفضاء

قد أكملت دورة من دوراتها حول الشمس ؟

ولكن ٬ ما شأني مع الأرض أرضكم ٬

وأنا ما برحت ولن أبرح

هوى جائشاً

في خضمّ الوجود

الني لا تحصره أرض ولا سماء ؟

آمالكم تلِدها السنون ثم تخنقها السنون ٬

وأفراحكم تستحمّ بالدمع وتدّهن بالدم ٬

وحبّكم مقمّط أبداً بقّمُط النص والبغضاء

التي لا توشكك أن تبلى حتى تتجدّد

فكيف لي أن أترنّح عبا تترنّحون

وأمَلي ما وُلد بعد ولن يولد ٬

وفرحي بريء من الدمع ٬

طاهر من البسمات ٬

وحبي عريان كالصباح ؟

أيحتاج إلى سراجٍ من اتخذ كبد الليل مسكناًله ٬

ومَن لا يسلك في مسالك الخير والشر

التي تنتهي أبداً حيث تبتدىٔ ؟

أيغمس شفتيه في كون من الخمر

مَن يطفىٔ أيامه من ينابيع ربّانية ؟

أم يطرب لرعشة الأ وتار

مَن سكينته يرتعش ليل نهار

بأنغام أجرامٍ

لله ما أقصاها عن جرمكم هذا ؟

ألا أغرقوا بالخمر قلوبكم العطشى إلى النسيان

أمّا أنا فلن أغرق قلبي النشوان واليقظان .

ألا ليتكمم تصمّون آذانكم

ولو لحظة عن هرجكم ومرجكم

وتفتحونها لولولة الأرض وعويل أبناء الأرض

فقد تشتاقون عندىٔذٍ ولادة جديدة

لا سنة جديدة.

 

 

 

 

 

Bibliografia

- M.J. Naimy, New Year’s Eve, «The Syrian World», vol. I, 6, (December 1926, Christmas Number), p. 26.

- M. Nu‘aymah, Nadbah rā’s al-sanah [La piaga del capodanno], in Hams al-ğufūn [Bisbiglio di palpebre], Dār Sāḍir, Bayrūt 1945 (Nawfal, Bayrūt 2004, pp. 111-113).

- M. Naimy, L’ultimo dell’anno, in Poeti arabi a New York, introduzione e traduzione di F. Medici, prefazione di A. Salem, Palomar, Bari 2009, pp. 205-206.

- M. Nu‘aymah, Sab‘ūn: ikāyat ‘umr [Settant’anni: storia di una vita], Mu’assasat Nawfal, Bayrūt 1971 (cfr. R. Traini, Dalla autobiografia, in A Mikhaìl Nu‘ayma, in occasione del 90º compleanno, Istituto per l’Oriente – Università di Palermo, Roma-Palermo 1978, pp. 105-134).

- F. Medici, Le tre anime di Mikhail Naimy, «Paneacqua», 13 luglio 2011 (http://paneacquaonline.it/print_article.php?id=18229).

- F. Medici, “Fratello Mio” di Mikhail Naimy, Centro Studi e Ricerche di Orientalistica, 29 ottobre 2013 (http://www.orientalistica.it/?p=4916).

 

Cura e trad. dall’inglese di

Francesco Medici

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 

 
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