“Fratello mio” di Mikhail Naimy (أخي)

 

Il 6 aprile 1917, il presidente americano Woodrow Wilson dichiarava guerra alla Germania decretando l’ingresso ufficiale degli Stati Uniti nel Primo conflitto mondiale. Diversi intellettuali siro-libanesi emigrati nel Paese si organizzarono allora per dare vita a un comitato finalizzato a promuovere l’arruolamento volontario degli arabo-americani al fianco delle forze alleate.

Nacque così a New York la Lağnah Tarīr Sūriyā wa Lubnān (Comitato per la Liberazione della Siria e del Libano), denominata in inglese Syrian-Mount Lebanon League of Liberation o anche Syrian-Mount Lebanon Volunteer Committee, presieduta dal medico Ayyūb Ṯābit (1884-1951, futuro primo ministro [1936] e poi presidente della Repubblica libanese sotto mandato francese [1943]), il cui vicepresidente era lo scrittore Ameen Rihani (Amīn Fāris Anṭūn al-Rīḥānī, 1876-1940) e i segretari gli scrittori Kahlil Gibran (Ğubrān Ḫalīl Ğubrān, 1883-1931) – per i contatti in lingua inglese – e Mikhail Naimy (Mīḫā‘īl Yūsuf Nu‘aymah, 1889-1988) – per quelli in arabo.

Nel comitato esecutivo figuravano altri letterati emigrati nonché editori dei principali periodici arabo-americani di New York – tra i membri più autorevoli di al-Rābiah al-Qalamiyyah, il noto circolo degli scrittori mediorientali residenti negli Stati Uniti: Nağīb Mūsà Ḏiyāb (1876-1918), fondatore di «Mir’āt al-Ġarb» (Specchio dell’Occidente); ‘Abd al-Masīḥ Ḥaddād (1890-1963), fondatore di «al-Sā’iḥ» (Il viaggiatore); i poeti Naseeb Aridah (Nasīb ‘Arīḍah, 1887-1946), fondatore di «al-Funūn» (Le arti) ed Elia Abu Madi (Īliyā Ḍāhir Abū Māḍī, 1889-1957), fondatore di «al-Samīr» (Il confidente).

Memori del successo conseguito dalla coalizione balcanica nel 1912, gli intellettuali arabi della diaspora (mahğar) erano sicuri che, con l’aiuto degli Alleati, l’Impero ottomano avesse ormai i giorni contati e che la libertà dei loro connazionali oltreoceano fosse vicina. Inoltre, la particolare situazione consentiva loro di coniugare la fedeltà agli Stati Uniti, la patria d’adozione, ai loro viscerali sentimenti antiturchi. Per la carta intestata del movimento scelsero dunque una citazione dello stesso presidente Wilson: «Nessun popolo deve essere sottoposto con la forza a una sovranità sotto cui non voglia vivere».

Lo scopo del comitato era in pratica quello di organizzare un battaglione da inviare in Siria sotto il comando degli Stati Uniti, che i muhāğirūn consideravano «il più grande difensore dei piccoli popoli oppressi» (e che, erano certi, non si sarebbe dimenticato di loro nella Conferenza di Pace, appoggiando la causa della loro indipendenza), o sotto la Légion d’Orient, appena costituita dal governo francese per combattere gli ottomani nelle regioni arabe.

D’altronde, sia le autorità francesi sia quelle statunitensi li avevano ampiamente rassicurati in tal senso. Nel settembre 1917, il numero dei volontari raggiunse le quindicimila unità, in buona parte destinate a far parte della Legione d’Oriente con base a Cipro. Altri uomini, tra cui Mikhail Naimy, furono invece inviati come soldati americani sul fronte franco-tedesco (Gibran e Rihani dovettero a malincuore rinunciare a partire a causa dei loro problemi di salute).

Gli accordi Sykes-Picot, con i quali la Francia e l’Inghilterra, sin dalla primavera del 1916, avevano deciso a proprio vantaggio le sorti del Medio Oriente dopo la caduta dell’Impero ottomano, furono resi noti solo nel dicembre 1917, un mese dopo la dichiarazione Balfour, secondo cui il governo britannico «considera[va] favorevolmente l’instaurarsi in Palestina di un territorio nazionale per il popolo ebraico». Così, ancor prima della fine del conflitto, i muhāğirūn realizzarono che le promesse della Francia e delle altre potenze occidentali non erano «nulla di più che astute menzogne» (come denunciò Rihani in un suo discorso pubblico di quel periodo).

All’inizio del 1918, dunque, al Syrian-Mount Lebanon League of Liberation non restava altro che il tentativo disperato di portare la causa siriana alla ribalta della scena politica internazionale, ma il comitato si sciolse qualche mese dopo a causa di alcune gravi divergenze interne e per l’incapacità dei membri di trovare una comune linea d’azione.

Per Mikhail Naimy, che, come accennato, partecipò in prima persona al conflitto, l’esperienza della trincea divenne motivo di ispirazione per molti versi pubblicati su rivista, confluiti poi nell’unica raccolta poetica, Hams al-ğufūn (Bisbiglio di palpebre), data alle stampe a Beirut nel 1943.

Tra le liriche più significative della silloge è senz’altro da menzionare Fratello mio (Aī), composta nel 1917, lamento funebre e al contempo atto d’accusa contro l’Occidente, reo di false promesse. Se ne propone di seguito, insieme al testo originale in arabo, la traduzione libera in italiano con una breve nota esplicativa. Chiudono l’articolo un profilo biografico dell’autore e una nota bibliografica essenziale.

 

 

 

أخي ! إنْ ضَجَّ بعدَ الحربِ غَرْبِيٌّ بأعمالِهْ

وقَدَّسَ ذِكْرَ مَنْ ماتوا وعَظَّمَ بَطْشَ أبطالِهْ

فلا تهزجْ لمن سادوا ولا تشمتْ بِمَنْ دَانَا

بل اركعْ صامتاً مثلي بقلبٍ خاشِعٍ دامٍ

لنبكي حَظَّ موتانا

***

أخي ! إنْ عادَ بعدَ الحربِ جُنديٌّ لأوطانِهْ

وألقى جسمَهُ المنهوكَ في أحضانِ خِلاّنِهْ

فلا تطلبْ إذا ما عُدْتَ للأوطانِ خلاّنَا

لأنَّ الجوعَ لم يتركْ لنا صَحْبَاً نناجيهم

سوى أشْبَاح مَوْتَانا

***

أخي ! إنْ عادَ يحرث أرضَهُ الفَلاّحُ أو يزرَعْ

ويبني بعدَ طُولِ الهَجْرِ كُوخَاً هَدَّهُ المِدْفَعْ

فقد جَفَّتْ سَوَاقِينا وَهَدَّ الذّلُّ مَأْوَانا

ولم يتركْ لنا الأعداءُ غَرْسَاً في أراضِينا

سوى أجْيَاف مَوْتَانا

***

أخي ! قد تَمَّ ما لو لم نَشَأْهُ نَحْنُ مَا تَمَّا

وقد عَمَّ البلاءُ ولو أَرَدْنَا نَحْنُ مَا عَمَّا

فلا تندبْ فأُذْن الغير ِ لا تُصْغِي لِشَكْوَانَا

بل اتبعني لنحفر خندقاً بالرفْشِ والمِعْوَل

نواري فيه مَوْتَانَا

***

أخي ! مَنْ نحنُ ؟ لا وَطَنٌ ولا أَهْلٌ ولا جَارُ

إذا نِمْنَا ، إذا قُمْنَا رِدَانَا الخِزْيُ والعَارُ

لقد خَمَّتْ بنا الدنيا كما خَمَّتْ بِمَوْتَانَا

فهات الرّفْشَ وأتبعني لنحفر خندقاً آخَر

نُوَارِي فيه أَحَيَانَا

 

 

Fratello mio

Fratello, se alla fine della guerra l’uomo d’Occidente celebra le sue gesta,

santifica il ricordo dei caduti ed erige monumenti agli eroi,

tu non inneggiare al vincitore e non irridere a chi sotto le sue ruote è schiacciato,

ma inginocchiati con me, con il cuore straziato, a piangere la sorte dei nostri morti.

 

Fratello, se dopo la guerra un soldato fa ritorno in patria

e si abbandona sfinito tra le braccia dei suoi cari,

tu non sperare tornando di ritrovare i tuoi amati.

La fame ha sterminato chi sapeva ascoltare le nostre pene.

 

Fratello, se anche il contadino torna a coltivare il campo

e dopo lungo tempo ricostruisce la capanna sventrata dal cannone,

le nostre norie* sono vuote d’acqua ormai

e nessun’altra pianta ci ha lasciato il nemico fuorché i cadaveri disseminati.

 

Fratello, ovunque è miseria, colpevole la nostra volontà.

Non gemere. Gli altri non hanno orecchie per i nostri lamenti.

Piuttosto seguimi, scaviamo una fossa,

con il piccone e la vanga, per seppellire i nostri morti.

 

Fratello caro, chi siamo noi senza vicini, né famiglia, né patria?

Desti o dormienti, la vergogna ci avvince.

Puzza di noi il mondo, come puzza dei nostri morti.

Prendi la vanga, allora, e seguimi: scaviamo un’altra fossa, ma per i nostri vivi.

 

Nota al testo

* La noria (nā‘ūrah) è la tipica ruota idraulica siriana con la funzione di sollevare acqua sfruttando la corrente di un corso idrico per convogliarla negli acquedotti e farla poi defluire verso i campi.

 

 

 

 

 

 

 

Mikhail Naimy (Mīhā‘īl Nu‘aymah), poeta, romanziere, drammaturgo, critico, biografo e saggista, di gran lunga il più longevo tra i muhāğirūn (poeti arabi d’emigrazione), nasce il 17 ottobre 1889 a Baskintā, sulle pendici del Libano.

 

 

Compie gli studi elementari in una scuola della Chiesa greca ortodossa gestita da missionari russi nel suo villaggio natale, poi, nel 1902, prosegue la formazione a Nazaret, in Palestina, grazie a una borsa di studio.

Nel 1906 inizia a frequentare un istituto di sacerdoti ortodossi a Poltava, in Ucraina, dove legge in lingua originale i grandi autori russi dell’Ottocento, ma nel 1911 abbandona il seminario. Vorrebbe studiare alla Sorbona, a Parigi, ma quello stesso anno deve raggiungere i suoi fratelli negli Stati Uniti e lavorare come commesso in una ditta.

Pochi anni dopo consegue la doppia laurea in giurisprudenza e in lettere presso la Washington University, a Seattle. Nel 1913 scrive sulla rivista «al-Funūn» (Le arti) un’acuta e lusinghiera recensione al romanzo gibraniano al-Ağniah al-Mutakassirah (Le ali spezzate) dal titolo Fağr al-Amal ba‘da Layl al-yā’s (L’alba della speranza dopo la notte della disperazione, luglio 1913, pp. 50-70), in cui riconosce l’influenza determinante di Kahlil Gibran (Ğubrān Halīl Ğubrān) nel panorama della letteratura araba.

Ciò gli procura un invito a New York da parte dello stesso Gibran, che lo avrebbe chiamato affettuosamente «Mischa», in riferimento al periodo trascorso a Poltava, e sarebbe divenuto il suo più intimo amico. Sempre su «al-Funūn», tra il 1916 e il 1917, pubblica il dramma in quattro atti al-Abā’ wa-l-banūn (Padri e figli).

Dal 1918 al 1919 combatte con l’esercito statunitense sul fronte francese nel primo conflitto mondiale. Tornato a New York nel 1920, deve a malincuore riprendere il lavoro di commesso. Quello stesso anno, tuttavia, insieme ad altri scrittori arabi emigrati, fonda al-Rābiah al-Qalamiyyah (L’Associazione della Penna), di cui formula i princìpi cardine divenendone il principale teorico nonché segretario.

Nel 1932 lascia definitivamente gli Stati Uniti e completa in Libano la stesura della biografia di Gibran (deceduto l’anno prima), pubblicata a Beirut nel 1934. Come Ameen Rihani (Amīn al-Rīḥānī) e lo stesso Gibran, anche Naimy si cimenta con la scrittura poetica in lingua inglese e alcune delle sue poesie vengono pubblicate sul «New York Times» nel corso degli anni Venti.

Hams al-ğufūn (Bisbiglio di palpebre, 1943) raccoglie i suoi versi, tutti scritti durante il soggiorno americano, che sono di natura contemplativa e si distaccano dai toni neoclassici tipici della tradizione letteraria araba (l’autore aveva composto quattordici poesie in inglese che aveva poi tradotto egli stesso in arabo e pubblicato insieme a una trentina di componimenti scritti direttamente nella sua lingua d’origine).

La sua ampia produzione annovera numerosi saggi, tra cui al-Ġirbāl (Il setaccio, 1923), con un’introduzione di ‘Abbās Maḥmūd al-‘Aqqād, considerato un capolavoro della critica letteraria per le sue idee innovative e una dichiarazione di «guerra senza quartiere all’ipocrisia nella letteratura». Ma Naimy è stato prolifico soprattutto nella prosa narrativa, che ricorda quella di Dostoevskij e Čechov (il suo modello poetico fu invece, tra gli altri, Lermontov).

Tra le raccolte di racconti spiccano Kān mā Kān (C’era una volta, 1927) e Akābir (Notabili, 1956); tra i romanzi, Mudakkarāt al-’Arqaš, pubblicato a puntate su «al-Funūn» tra il 1917 e il 1918 e tradotto in inglese nel 1952 con il titolo Memoirs of a Vagrant Soul or Pitted Face (Memorie di un’anima errante o di un viso butterato); al-Liqā’ (L’incontro, 1946); The Book of Mirdad, pubblicato in inglese nel 1948 e tradotto in arabo dallo stesso autore nel 1952 con il titolo Kitāb Mirdād (Il libro di Mirdād). Celebre infine è la monumentale autobiografia in tre volumi Sab‘ūn: ikāyat ‘umr (Settant’anni: storia di una vita, 1959-1960).

Quarantatreenne, Naimy fa voto di castità e si dà alla vita ascetica, ritirandosi in un eremo a Baskintā, noto come «Valle dei Teschi», dove tuttavia continua a scrivere e a pubblicare. Soprannominato «il Vecchio della Montagna», si spegne il 1° marzo 1988 a causa di un’infezione polmonare, alla veneranda età di novantanove anni.

 

 Bibliografia essenziale

- M. Nu‘aymah, Aī, «al-Funūn», 2, 10 (March 1917), pp. 888-889 (cfr. M. Nu‘aymah, Hams al-ğufūn, Dār Sāḍir, Bayrūt 1943).

- M. Nu‘aymah, Kān mā Kān, Dār Sāḍir, Bayrūt 1927 (cfr. Kana ma kana: c’era una volta, saggio introduttivo e traduzione dall’arabo di M. Albano, Lineadaria, Biella 2008).

- M. Naimy, The Book of Mirdad, a Lighthouse and a Haven, Sader, Beirut 1948 (cfr. M. Nu‘aymah, Kitāb Mirdād, Manārah wa Mīnā’, al-Maṭba‘ah al-manāhil, Bayrūt 1952; Il libro di Mirdad, un faro e un porto, a cura di B. De Donno, Edizioni Mediterranee, Roma 1992 [2009]).

– M. Naimy, Memoirs of a Vagrant Soul or The Pitted Face, Philosophical Library, New York 1952.

– M. Nu‘aymah, Akābir, Dār Sāḍir, Bayrūt 1956 (cfr. La battaglia di Sattūt [Mara‘ Sattūt], in Scrittori arabi del Novecento, a cura di I. Camera d’Afflitto, Bompiani, Milano 2002, pp. 29-35).

- M. Nu‘aymah, al-Ġirbāl, Dār Sāḍir, Bayrūt 1964.

- M. Nu‘aymah, Sab‘ūn: ikāyat ‘umr, Mu’assasat Nawfal, Bayrūt 1971.

- M. Naimy, Fratello mio, in Poeti arabi a New York. Il circolo di Gibran, introduzione e traduzione di F. Medici, prefazione di A. Salem, Palomar, Bari 2009, pp. 190-191.

- F. Medici, Le tre anime di Mikhail Naimy, «Paneacqua», 13 luglio 2011 (http://paneacquaonline.it/print_article.php?id=18229)

 

Sitografia

- pagina web dedicata alla rivista «al-Funūn» e all’Associazione della Penna (al-Rābiah al-Qalamiyyah): http://www.al-funun.org

 

Francesco Medici

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 
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