ادونيس Adonis

 

Alī Ahmad Sa’īd, il suo nome all’anagrafe, Adonis, come il dio della rinascita, lo pseudonimo che ha voluto per sé: un’altra identità e un’altra vita nelle dimensioni e nelle città che hanno visto le sue albe e le sue rinascite nei sogni e nella poesia.

 

 

 

Alī nacque a Qassabin, un villaggio a nord della Siria, nel distretto di Latakia, in una notte d’inverno del 1930; i suoi genitori erano poveri ma l’interesse del padre Ahmad per il sapere, la lingua e la poesia giocò un ruolo fondamentale nella vita di Adonis, che ricevette dal genitore un’educazione tradizionale islamica.

Il maestro del villaggio gli insegnò a leggere e a scrivere ma non frequentò la scuola. Proseguì la sua formazione nelle città costiere di Tartus e Latakia, poi a Damasco, dove conseguì la laurea in filosofia nel 1954 e dagli inizi degli anni ‘50, iniziò a inviare le sue poesie alla rivista al-Adab (“Le Lettere”) di Beirut. A Damasco, prestò servizio nell’esercito per due anni ma trascorse buona parte di questo periodo in carcere, poiché perseguitato per le sue idee politiche.

Poi, la ruota della vita girò, secondo il suo desiderio di cambiare il destino, come diceva lui, e si fermò a Beirut a metà degli anni ’50, dove la sua passione iniziò ad ardere per questioni riguardanti il patrimonio del pensiero, della poesia, dello stile, ed egli fu uno dei primi propagandisti moderni che hanno trascorso le loro vite con l’obiettivo di abbattere le mura della grande prigione per uscire nella città dell’uomo, della libertà e della giustizia.

Con Adonis, non si prova imbarazzo nel parlare di qualsiasi argomento: l’argomento dell’amore, che conduce a racconti e giardini, l’argomento della poesia eccelsa con i suoi mille poemi e l’argomento del pensiero che sfocia sempre sulla libertà, come se il corso della sua vita, porte che conducono ad altre porte, si fosse aperto sulla luce e ogni volta che si è trovato di fronte a un muro, nel suo cuore si è aperto uno spiraglio, e tanto più è alto il muro della prigione, egli stesso dice, tanto più il peccato diventa sacro.

Qassabin e la povertà dell’infanzia nelle città costiere, poi Damasco, dove è sbocciato un amore appassionato per Khalida, sua compagna di vita, amica, amante e sposa; poi, Beirut e la rivista al-Shi’ir (“La poesia”) fondata con Yūsuf al-Khāl nel 1957, una rivista che è stata la pietra angolare nello sviluppo della poesia moderna; nel 1968 fondò il periodico Mawaqif (“Posizioni”), un pulpito dal quale esprimere la sua opinione rispetto alla rivoluzione, alla vita, all’esistenza, alla tradizione; scrisse in un editoriale del terzo numero del 1969 “Il rivoluzionario arabo è assediato da ostilità esterne, imperialistiche e da residue ostilità interne e tiranniche”.

Ogni volta che scrive un editoriale, un articolo, un saggio o un trattato sul patrimonio ereditato o quello contemporaneo, le sue parole contengono significati di altro tipo, significati a favore della modernità nel suo senso globale e non limitati solo alla poesia. Dopo aver insegnato in varie università, Adonis vive dal 1985 a Parigi, dove è avvenuta quella che egli chiama “rinascita cosmica”, dopo quella culturale di Beirut.

Con le sue opere, Alī ci porta nei luoghi d’origine, agli inizi, nella vecchia casa del villaggio: è la nostalgia per l’immaginario femminile, per un vecchio rispettato che gli insegna a leggere, per Damasco e Beirut, dove l’alba, gli inizi, la pazzia, l’amore e la poesia non possono essere descritti come si dovrebbe o come li si vede, è il molteplice che abita la foresta della poesia e che si scorge tra le ombre avvolte da una vegetazione di vecchi libri. Ogni volta che la brezza soffia, Adonis ricorda l’amore e brilla sulla sponda della notte una poesia.

 

 

 

Adonis, questo viaggiatore nello spazio e nel tempo, questo bambino in incognito con l’aspetto di un ottantenne, non è mai sazio delle provocazioni, dell’amore, della poesia o della prosa e non è stanco di viaggiare e ogni volta che ha percorso un tragitto nella sua vita, ha percorso un libro, e ogni volta che è arrivato in una città, è rinato, per cominciare di nuovo a interrogarsi su ciò che vede e legge. “Scrivo in una lingua che mi esilia” ha affermato, e ciò gli ha permesso di allargare uno spiraglio nella prigione e ricamare una poesia sul manto della notte.

 

Greta Persano

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 

 

 
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