“Io sono l’Oriente” (أنا الشرق)

 

All’inizio del 1922 lo scrittore libanese Ameen Rihani (Amīn Fāris Anṭūn al-Rīḥānī, 1876-1940) si trovava in Egitto, in procinto di effettuare, nelle vesti di ambasciatore e mediatore non ufficiale, un lungo viaggio attraverso la Penisola Arabica (fu il primo visitatore a coprirne l’intero territorio in un solo anno) al fine di favorire alleanze tra i diversi potentati della regione e tentare di promuovere la creazione degli «Stati Uniti d’Arabia».

 

Ciò lo avrebbe portato a sedere al tavolo delle trattative con innumerevoli capi di Stato, politici e diplomatici occidentali e orientali. Tuttavia, nonostante gli sforzi pur coronati da diversi successi, il suo progetto ambizioso sarebbe rimasto purtroppo irrealizzato.

 

 

 

Il 20 febbraio, poco prima della sua partenza, illustri personalità e letterati egiziani organizzarono in suo onore, ai piedi della Grande Piramide, uno sfarzoso ricevimento, in cui l’autore venne salutato come «il genio arabo dell’età moderna» (come riferito da Sālim Sarkīs sul «New York Times» in un articolo del 28 maggio di quell’anno).

Per l’occasione, Rihani declamò i versi di una delle sue poesie più note, la celebre Anā al-Šarq (Io sono l’Oriente), e spiegò all’uditorio che l’oggetto del componimento non era «l’Oriente in generale» bensì quella sua parte «in cui l’Islām godeva appieno del proprio prestigio e della propria sovranità».

Il poeta tenne inoltre a precisare che la lunga lirica era un’invettiva contro «la crescente autorità delle potenze straniere e del clero», spesso ignorante e corrotto: l’intervento della Francia e della Gran Bretagna in Medio Oriente aveva sì determinato la fine dell’Impero ottomano, ma i Paesi arabi rischiavano ora di finire sotto il giogo ancor più subdolo del colonialismo europeo e del capitalismo selvaggio dell’Occidente.

Nel 1923 il poeta riscrisse il componimento in lingua inglese, intitolandolo I am the East. Nel corso degli anni la poesia avrebbe conosciuto diverse redazioni, modifiche, ampliamenti e traduzioni da parte dello stesso autore.

In un convegno su Ameen Rihani organizzato nell’aprile 2011 in Libano dalla Notre Dame University, la studiosa Maya El Hajj (Māyā al-Ḥāğğ), nel suo intervento Ameen Rihani: Translator or Re-creator (Ameen Rihani: traduttore o ri-creatore), ha chiarito le ragioni di una tale operazione linguistica: «Rihani riscrisse Io sono l’Oriente in inglese e in arabo per consentire sia ai lettori americani sia agli arabi di comprenderne appieno il messaggio partendo dai propri rispettivi e diversi punti di vista.

L’intento era duplice: far conoscere l’Oriente alla cultura occidentale e l’Occidente a quella orientale».In questo articolo viene proposta la traduzione integrale in italiano (con relative note esplicative) dell’ultima versione inglese della lirica, pubblicata postuma nel 2009. Nello stesso 2009, per una curiosa coincidenza, un gruppo di artisti libanesi, partendo invece dalla versione araba, ne ha realizzata una pregevole riduzione musicale.

Il testo è stato musicato dal compositore e strumentista Wajdi Shaya (Wağdī Šaiyyā) e cantato da Laure Abs (Laūr ‘Abs). La voce recitante è quella del poeta Henri Zoghaib (Hinrī Zuġayyib), mentre la regia del video è firmata da Farah Shaya (Faraḥ Šaiyyā).

 

 

Io sono l’Oriente.

Sono la pietra angolare del primo tempio di Dio,

la pietra angolare del primo trono dell’uomo.

Se di me puoi vedere solo la schiena ricurva,

miei sono il retto pensiero e il cuore saldo.

Sono il ponte del sole sospeso

tra le nere profondità delle galassie

e le orbite sempre accese,

e ogni giorno il sole riposa sulla mia spalla

a offrirmi generosa ricompensa.

È vero, nelle tasche, nelle mani e nell’anima

porto l’oro del mattino,

il più puro e prezioso del mondo.

Il sole mi sospinge a vagare

tra le visioni dei miei occhi e del mio cuore,

fisso nel mio peregrinare infinito.

Somiglio ai corpi celesti, ignari del loro moto,

e anche se il viaggio della mia anima

mi congiunge a Orione, esso non ha mai fine.

Posso varcare le porte di Liverpool,

riposare sotto il gelsomino a Samarcanda,

arrancare sulle rive del Nilo,

attardarmi sulla White Way a New York,

comunque sono felice e a mio agio.

E anche se non scorgo la coda della carovana,

posso vedere coloro che la guidano,

e posso udire i rintocchi delle campane di sera

e la voce del Profeta che mi saluta ogni mattina,

mentre stringo una veste nuova da indossare per il giorno.

 

Io sono l’Oriente!

Mi accosto a te, figlio dell’Occidente, come compagno.

La mia tasca e le mie mani sono colme dei frutti

dei campi e delle montagne dell’anima,

della profondità della Vita:

frutti graditi all’uomo e a Dio,

e frutti odiosi all’uomo e a Dio.

Mio è tutto quanto può calmare e ristorare la tua anima confusa

e curare il tuo cuore dai mali della civiltà.

Mio è tutto quanto stimola in te giustizia oltre ogni legge umana

e vigila su ciò che altri santificano.

Mio è tutto quanto può incatenarti i piedi e le mani perché possa fermarti

a guardare i pianeti, mentre i tuoi pensieri corrono liberi,

il tuo cuore è in quiete

e tu contempli i segreti dell’esistenza.

 

Io sono l’Oriente!

Un fantasma nella processione del tempo

e nel transito dell’esistenza terrena.

Sono una voce che si leva in ogni eremo

e indugia nelle città sante,

una voce che risuona nel deserto

per colmare le montagne di dolce silenzio,

riflesso della mia santità.

Sono una voce che bisbiglia alle tue orecchie

un desiderio nuovo e ne esplora l’effetto e lo scopo.

Sono una voce che fluttua in pace

sulle acque dei fiumi sacri,

una voce trepidante che cerca La Mecca e Medina.

Sono una voce che riecheggia forte da ogni nuovo podio,

il podio di una nazione.

Sono una voce che canta il nirvāṇa a divinità ricoperte d’oro,

e predica il karma e la predestinazione

nelle capanne dei poveri e dei miserabili.

Figlio dell’Occidente, io sono una voce

che applaude nei club del tuo Paese.

 

Io sono l’Oriente!

Cerco rifugio in Dio!

O Dio! O Dio!

Un momento unico nel tempo,

un momento di ebbrezza,

e poi un versetto recitato.

Il dio della religione,

il diavolo della politica

e il dio della letteratura

vestono tutti l’abito della Vita.

Mi riconducono a un’esistenza antica,

danzando all’ombra delle palme

e bruciando incenso nel tempio dei miei sogni.

Sussurrano, cantano e chiedono libertà

dell’anima, del pensiero, dello spirito e del corpo!

Sussurrano, si elevano e danzano,

poi invocano a gran voce:

«Risponderemo, Dio, al Tuo richiamo!».

E si inginocchiano nelle città

per pregare a voce alta, suonando la tromba

e inneggiando alla rivoluzione:

«Risponderemo, Dio, al Tuo richiamo!

Guardatevi dallo straniero,

anche se stringe la sua Bibbia.

Non temete la sua mitragliatrice.

Non trattate con lui, anche se propone ricchi affari.

Risponderemo, Dio, al Tuo richiamo!».

Un’ora di estasi intorno alla culla della nazione,

poi una resa che dura sotto il trono di Dio.

Un momento unico nel tempo,

un momento di ebbrezza,

poi un miracolo.

Guardo invano negli occhi del dio delle religioni,

in quelli del dio della letteratura,

nel male della politica.

Cerco di udire le loro voci

nel miraggio del karma

e nei misteri delle melodie

spirituali e seducenti del fato,

che fondono desideri e passioni

per tessere i veli dell’anima

con i fili dei raggi solari.

Queste voci adornano la via dello spirito

con le stelle luminose dell’Orsa Minore

simili a fiori imperituri.

 

Io sono l’Oriente.

Offro filosofie e religioni

in cambio di aeroplani e tecnologia.

 

Note al testo

- Sin dalla metà dell’Ottocento, linee regolari di battelli e navi collegavano i porti del Mediterraneo orientale e meridionale con Londra, Liverpool, Marsiglia e Trieste.

- All’inizio del ventesimo secolo, l’impiego delle nuove lampadine elettriche a incandescenza mutò profondamente l’aspetto di New York, come di molte altre grandi città. La White Way per eccellenza era la Broadway notturna, nota anche come Great White Way.

- Makkah (Bakkah) e Madīnat al-Nabī («Città del Profeta», nome assegnato dai musulmani all’antica Yaṯrib), nell’attuale Arabia Saudita, sono le due città più sacre dell’Islām, rispettivamente luogo di nascita e morte di Maometto (Muḥammad).

- Il movimento del panarabismo, nato nel decennio compreso tra il 1870 e il 1880 nell’area allora occupata dall’Impero ottomano, si manifestò come reazione al comunitarismo islamico turco per affermare una nuova identità dei popoli arabofoni, diversa dalla semplice caratterizzazione religiosa. L’autore del più celebre manifesto del panarabismo, Le Réveil de la nation arabe dans l’Asie turque (Il risveglio della nazione araba nell’Asia turca, 1904), fu infatti un libanese di fede cristiana maronita, Nağīb ‘Azūrī (1873?-1916). In quegli anni si cominciò ad auspicare la costituzione di una «Nazione araba» unitaria e indipendente.

- Nel Buddhismo e nell’Induismo il nirvāṇa (letteralmente «soffiare via») è la massima felicità possibile, la condizione dell’illuminato, l’estinzione dei fuochi della bramosia, dell’odio e dell’illusione.

- Il concetto di karma (letteralmente «azione», «lavoro», «opera», e solo secondariamente «effetto» di un’azione o somma degli «effetti» delle azioni passate), centrale nelle religioni di origine indiana, pertiene alla legge di causa ed effetto cui sono soggetti tutti gli esseri senzienti. Solo quando l’individuo non sarà più vincolato al karma, e quindi all’eterno ciclo di vita, morte e rinascita (saṃsāra), potrà raggiungere il nirvāṇa.

 

Bibliografia

- Amīn Fāris Anṭūn al-Rīḥānī, Anā al-Šarq, in «al-Ahrām», February 15, al-Qāhirah 1922 («al-Laṭa’if al-Muṣawwara», February 20, al-Qāhirah 1922); poi in Hutāf al-awdiyah: ši‘r manṯūr, Dār al-Rīḥānī, Bayrūt 1955.

- Ameen Rihani, I am the East, in Hymns of the Valleys, translated by Naji B. Oueijan, Gorgias Press, Piscataway (NJ) 2002, pp. 57-60; I am the East, in Waves of My Life and Other Poems, Platform International, Washington, DC 2009, pp. 44-51.

- Ameen Rihani, Io sono l’Oriente, in Poeti arabi a New York, introduzione e traduzione di Francesco Medici, prefazione di Amedeo Salem, Palomar, Bari 2009, pp. 85-89.

- Seleem S. Sarkis, Cairo Honors a Poet, «The New York Times», 28 May 1922.

- Maya El Hajj, Ameen Rihani translator or re-creator, in Ameen Rihani’s Arab-American legacy: From Romanticism to Postmodernism, introduced by Naji B. Oueijan, Notre Dame University Press, Beirut 2012, pp. 239-279: (http://www.yasni.com/ext.php?url=http%3A%2F%2Facademia.edu%2F696580%2FAmeen_Rihani_Translator_or_Re-creator&name=Maya+el+Hajj&cat=other&showads=1)

- Francesco Medici, Il Museo Rihani, Centro Studi e Ricerche di Orientalistica, 29 luglio 2013 (http://www.orientalistica.it/?p=3960).

 

Sitografia

 - sito web della Ameen Rihani Organization (ARO): http://www.ameenrihani.org/

- sito web del poeta Henri Zoghaib: http://www.henrizoghaib.com

 

 

Francesco Medici

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 

 

 
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