Storia del Museo Gibran متحف جبران

 

«Se soltanto tu conoscessi l’eremo che ho scelto per te e per me in Libano, mi prenderesti per mano in questo preciso istante e mi diresti: “Andiamoci subito!”. Si tratta di un vero e proprio chiostro, Mischa, e non di un’imitazione come questo studio… È un piccolo monastero abbandonato, poco distante da Bišarrī, il mio villaggio natale. Il suo nome è Mar Sarkīs. Sorge sull’estremità più alta della gola del Wādī Qādīšā, alle pendici del Monte dei Cedri.

 

La sua cappella e alcune celle sono scavate direttamente nel fianco calcareo della montagna. Il terreno terrazzato, che vi si trova di fronte, degrada a precipizio giù per la gola ed è perennemente lussureggiante di querce sempreverdi e vigneti. Perfino in Paradiso si stenterebbe a trovare un luogo più incantevole e tranquillo per starsene in solitudine. Ho incaricato un avvocato di Tripoli di acquistarlo per me.

C’è il rischio, tuttavia, che i monaci, una volta scoperta l’identità del potenziale acquirente, si rifiutino di venderlo. E questo perché, come sai, ai loro occhi io sono un ateo. Ma l’avvocato è un mio amico, ed è un tipo in gamba. Troverà senz’altro un modo per aggirare l’ostacolo e concludere l’affare. Lassù, Mischa, tu e io vivremo lontano dal mondo. Ci abbandoneremo ai nostri sogni e scriveremo di tutto ciò che alberga nei nostri cuori.

 

 

Compreremo anche un torchio per la stampa e pubblicheremo i nostri sogni a beneficio di coloro che vorranno condividerli – e faremo della stampa stessa un’arte raffinata. E poi

coltiveremo la terra, rendendo fertile ciò che è sterile, e vestiremo di verde perfino le nude rocce.

I venti ci benediranno, il sole ci sorriderà e la gola farà aleggiare su di noi il suo soffio ispiratore… Porta pazienza, Mischa. Molto presto tutti e due ci trasferiremo in quel chiostro, nel corpo e nell’anima. Se tu sei stanco di questo mondo, governato da macchine e da spettri, io lo sono quanto te, se non di più. E non esiste un rifugio più sacro e appartato di Mar Sarkīs. Sono certo che amerai quel luogo come lo amo io».

Con queste parole, nel novembre del 1922, nell’intimità del suo studio-appartamento newyorkese (noto a tutti i suoi conoscenti arabi come al-Ṣawma‘ah, «l’Eremo»), il poeta e artista libanese Kahlil Gibran (Ğubrān Ḫalīl Ğubrān) confidava all’amico scrittore e connazionale Mikhail Naimy (Mīḫā‘īl Yūsuf Nu‘aymah), chiamato affettuosamente «Mischa», il suo bisogno disperato di solitudine e di pace, la sua urgenza di fuggire dalla stritolante frenesia del Nuovo Mondo.

Dieci anni più tardi, nella sua biografia del compagno e sodale da poco scomparso, Naimy avrebbe amaramente commentato: «Parlammo a lungo di Mar Sarkīs, ma le Parche, ascoltandoci, devono certamente aver riso di noi, perché sapevano che Gibran non sarebbe mai entrato in quel chiostro, se non da morto, deposto in una bara forgiata da quelle stesse macchine da cui egli voleva tanto fuggire».

Bišarrī (variamente citata come Bcharré, Becharre, Bcharre, Bsharre, Bisharry, Bsharri…), affacciata sul Wādī Qādīšā (la Valle Sacra), è una pittoresca cittadina dai tetti rossi, a un centinaio di chilometri da Beirut, nota al tempo dei Fenici come Bayt Šarī («Casa di Ishtar [‘Ištār]», dea dell’amore e della guerra nella mitologia babilonese), in epoca crociata – quando era un feudo della Contea di Tripoli – come Buissera, e considerata oggi una delle roccaforti del cristianesimo maronita libanese.

 

 

Presso la piazza è ancora in piedi un’unica stanza, miseramente arredata, di quella che fu la casa di famiglia di Gibran, che vi nacque il 6 gennaio del 1883. La tomba e il museo dedicato al celeberrimo autore di Il Profeta (The Prophet) si trovano invece appena fuori Bišarrī. Per arrivarci basta seguire la via principale del paesino fino all’enorme busto di Gibran seduto su una roccia e proseguire la salita percorrendo un erto sentiero.

Si giunge così all’ingresso di un antico edificio incastonato tra le aspre rocce, l’ex monastero di Mar Sarkīs (San Sergio), su cui campeggia, appena leggibile, un’iscrizione in latino: O beata solitudo / o sola beatitudo (traducibile in italiano come «o beata solitudine, o sola beatitudine» oppure «o beata solitudine, o solitaria beatitudine», motto attribuito a san Bernardo di Chiaravalle, ma citato per la prima volta da Seneca).

Situato a breve distanza da una tomba fenicia (un obelisco risalente al 750 a.C., alla base del quale si trovano una camera di sepoltura e ripiani per quattro sarcofagi), l’attuale complesso in pietra sorge presso quello che, nel VII secolo, era noto come l’Eremo di san Sergio, ovvero una grotta entro cui i monaci eremiti cercavano rifugio.

Nel XV secolo, accanto all’eremo, venne costruito un edificio a due piani per ospitare il nunzio pontificio. Al tempo del famoso Muqaddam Rizq Allāh (m. 1472), esso è stato abitato da fra Grifone Fiammingo e dal missionario Francesco da Barcellona. Successivamente, sia l’eremo sia la residenza, insieme ad alcuni altri eremi rupestri adiacenti, vennero incorporati in un monastero.

Intorno alla metà del XVI secolo, i rapporti tra i maroniti del Monte Libano e Parigi erano così cordiali che il piccolo edificio fu trasformato in dimora estiva per il console francese, il quale poté contemplare per l’intera stagione la meravigliosa vista che vi si può godere della valle sottostante.

Nel 1633, durante il patriarcato di Yūḥannā Maḫlūf al-Duwayhī, alcuni monaci carmelitani giunsero nella regione e si stabilirono presso uno degli eremi appartenenti a Dayr Mar Ilīša‘ (il monastero di Sant’Eliseo), nella valle di Qannūbīn. Tra loro vi era Giovanni il Carmelitano, intermediario tra il Papa di Roma e il patriarca maronita Ğirğis Rizq Allāh al-Basba‘lī.
Nel 1699 si unì al gruppo anche il frate poliglotta Geronimo del Monte Carmelo, profondo conoscitore della lingua araba e grande erudito. In considerazione della statura intellettuale del frate e della sua straordinaria opera di proselitismo svolta nella regione, e in segno di gratitudine verso i monaci per il loro instancabile impegno nel campo dell’assistenza sanitaria e dell’educazione religiosa, i notabili di Bisharrī donarono loro l’eremo, la residenza adiacente e la foresta di querce circostante perché essi proseguissero la loro attività missionaria nel territorio compreso tra il Wādī Qādīšā e al-Arz (I Cedri).

Nel 1701 i monaci demolirono l’edificio esistente e iniziarono, a est dell’eremo, la costruzione dell’attuale monastero di Mar Sarkīs, ultimato nel 1862. Realizzarono anche un avanzato sistema di irrigazione per coltivarne i terreni adiacenti, sfruttando l’acqua di alcuni bacini naturali oggi prosciugati.

 

 

 

 

L’indefessa laboriosità dei monaci ha dato luogo, nella regione, a numerose leggende popolari. Si narra, ad esempio (e gli annali dei frati parrebbero confermare questa tradizione), che uno di loro, un certo frate Michele, divenne famoso per la sua incredibile alacrità – «per paura del diavolo» diceva. Anche Gibran parlava spesso di lui alla sua amica e mecenate americana Mary Elizabeth Haskell (come riportato in una nota del 10 gennaio 1914 del diario della donna).

Fu frate Michele a scolpire nella roccia i gradini che conducono all’eremo, oggi divenuto una chiesa. Sul lato occidentale della «Piccola Cappella» (al piano superiore), il monaco scavò inoltre una lunga galleria nel ventre della montagna fino a raggiungere il dirupo di fronte a Bišarrī, dove eresse piccoli campanili i cui rintocchi, la domenica e nei giorni di festa, richiamavano i fedeli alla preghiera.

Alcuni documenti dei frati attestano che la Madonna di Lourdes, impietositasi per il sofferente frate carmelitano che doveva ogni giorno trasportare l’acqua fino al monastero per irrigarne le coltivazioni, apparve una notte all’uomo per suggerirgli di scavare al di sotto di una roccia nei pressi del monastero. Frate Michele lo fece, e vi sgorgò una fonte.

Il luogo, consacrato a Nostra Signora di Lourdes, è oggi un santuario che il Gibran National Committee (oggi presieduto da Tarek E. Chidiac [Ṭāriq Šidīāq]) ha ampliato e dotato di un sistema di illuminazione nel corso dei lavori di restauro di Mar Sarkīs, destinato a diventare il Gibran Museum (Matḥaf Ğubrān Ḫalīl Ğubrān, in arabo).

Nel 1908, alcuni monaci scesero a Bisharrī per costruirvi il monastero di Mar Yūḥannā (San Giovanni), tuttora conosciuto come il «Convento dei Padri Carmelitani», mentre gli altri rimasero nel vecchio monastero, in cui il piccolo Gibran amava ritirarsi per scrivere, disegnare e meditare.Emigrato dodicenne negli Stati Uniti d’America, non avrebbe mai dimenticato quel luogo di raccoglimento e di pace.

Nel 1926 si decise a scrivere al connazionale Yūsuf Ṭurbayh Raḥmah, un emigrante appena tornato a Bišarrī, per chiedergli di acquistare a suo nome dai monaci l’intero complesso di Mar Sarkīs insieme alla foresta adiacente, mosso dal fermo proposito di fare del monastero il proprio rifugio isolato – dove potersi dedicare completamente all’attività artistica – e dell’eremo la sua tomba. Nonostante le leggi vigenti vietassero la vendita di un simile immobile a un privato, la transazione andò a buon fine grazie al consenso unanime degli abitanti di Bišarrī, ansiosi di veder tornare il loro amato concittadino, che aveva ormai guadagnato una fama mondiale, in quella che egli soleva chiamare «la patria del mio cuore».

Sciaguratamente Gibran, che si spense appena quarantottenne a New York il 10 aprile 1931, non riuscì a realizzare il sogno di ritirarsi in vita a Mar Sarkīs. Ma i cittadini di Bišarrī desideravano ad ogni costo esaudire almeno le volontà postume dell’artista. Così, tra mille difficoltà, grazie all’impegno del Bisharri Youth Committee e delle più alte cariche dello Stato, le sue spoglie poterono essere traslate dagli Stati Uniti in Libano e giungere finalmente a Bišarrī il 22 agosto 1931.

All’inizio dell’anno successivo, fu Mary Gibran (Maryānā), utilizzando parte del denaro lasciatole in eredità dal fratello, a portare a termine l’acquisto del monastero abbandonato e ad avviarne i lavori di recupero. Il corpo di Gibran rimase alcuni mesi nella vicina chiesa di San Giovanni, finché la tomba fu scavata nella roccia dell’eremo e la sua bara deposta al suo interno. L’originaria targa commemorativa recitava in arabo «Qui giace Gibran in mezzo a noi», ma si dice che qualcuno, giocando abilmente con i caratteri dell’iscrizione, ne abbia modificato le ultime due parole affinché si leggesse «Qui giace Gibran, il nostro profeta». L’epitaffio, anch’esso in arabo, attribuito allo stesso Gibran e riportato su una tavoletta di legno, recita invece: «Sono vivo, come te, e sono ora al tuo fianco. Se chiudi gli occhi e ti volti, mi vedrai dinanzi a te».

 

 

Il Gibran Museum fu fondato nel 1935, quando la sorella dell’artista donò l’intera tenuta di Mar Sarkīs al Gibran National Committee, e quando, grazie a Mary Haskell, una collezione di 440 opere figurative (tra dipinti e disegni originali), diversi manoscritti, la biblioteca privata, alcuni effetti personali e gli arredi dello studio-appartamento newyorkese di Gibran furono spediti a Bišarrī (incluso un antico e meraviglioso tappeto armeno, raffigurante una scena di crocifissione con il Cristo sorridente, particolarmente caro all’artista).

Ma fu solo nel 1971, grazie a Farid Salman (Farīd Salmān), consulente del Gibran National Committe, che il monastero iniziò progressivamente a trasformarsi di fatto in museo, la cui cura fu affidata a Wahib Kayrouz (Wahīb Kayrūz), recentemente scomparso. Una prima fase di ristrutturazione e ampliamento fu conclusa nel 1975, una seconda nel 1995.

L’estate del 2003 ha visto infine la realizzazione di un progetto definitivo che ha dotato il sito di una più funzionale strada d’accesso e di un ampio parcheggio per i tanti visitatori e appassionati che giungono qui da ogni parte del mondo per rileggere i versi del poeta direttamente dai manoscritti autografi esposti, ammirare i quadri dell’artista, e rendere
omaggio al «Figlio dei Cedri» raccogliendosi in silenzio dinanzi al suo sepolcro.

 

Francesco Medici

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 

 

Bibliografia

- Beloved Prophet: The Love Letters of Kahlil Gibran and Mary Haskell and Her Private Journal, ed. V. Hilu, Knopf, New York 1972 (edizione italiana: Mio amato profeta. Lettere d’amore di Kahlil Gibran e Mary Haskell, a cura di V. Hilu, introduzione all’edizione italiana di I. Farinelli, Edizioni Paoline, Milano 2007, p. 195).

- M. Naimy, Kahlil Gibran: A Biography, with a preface by M.L. Wolf, Philosphical Library, New York 1985, pp. 183-184.

- W. Kayrouz, Gibran in His Museum [ğubrān fī matḥafuhu], trans. A. Murr, Bacharia, Jounieh 1995.

- R. Waterfield, Prophet. The Life and Times of Kahlil Gibran, Penguin, London 1998 (edizione italiana: Profeta. Vita di Kahlil Gibran, traduzione di A. Magagnino, Guanda, Parma 2000, pp. 307-308).

Sitografia

Gibran National Committee (GNC) websites:

www.gibrankhalilgibran.org

www.gibrankahlilgibran.com

 
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