Paruyr Sevak (1924 – 1971)

 

Paruyr Ghazaryan (in armeno: Պարույր Ղազարյան), famoso con il nome di Paruyr Sevak (in armeno: Պարույր Սևակ),  è considerato uno dei più grandi poeti armeni del XX° secolo (24 Gennaio 1924 – 17 Giugno 1971). Nasce a Chanakhchi (attuale Zangakatun) nella Repubblica Socialista Sovietica Armena da Rafael e Anahit Soghomonyan il 24 gennaio del 1924.

 

La famiglia di Sevak è soprannominata con un appellativo contenente la parola “Ter”, termine che si riferisce alle origini religiose della famiglia. Questo soprannome è sinonimo di famiglia colta, distinta. Per questo motivo, chi conosce la famiglia di Paruyr si aspetta che lui diventi in un certo senso un “profeta”, caratteristica che si realizza nel senso letterario della parola: Sevak diviene il portavoce della sofferenza del popolo armeno nella lotta alla preservazione dell’identità storica e del patrimonio culturale.

Sevak impara a leggere e scrivere già all’età di cinque anni e inizia gli studi nella sua città natale per poi trasferirsi a Yerevan nel 1940, per frequentare la facoltà di filologia presso la Yerevan State University e laurearsi poi nel 1945. Nello stesso anno continua gli studi dedicandosi alla letteratura armena presso la Academy of Sciences Abeghyan Institute of Literature.

Nel 1951 si trasferisce ancora una volta per studiare presso il Gorky Institute of World Literature di Mosca. Laureatosi presso il medesimo istituto, Sevak inizia a lavorarvi come professore alla fine degli anni cinquanta.Nel 1960, Sevak torna a Yerevan dove diventa attivo sia dal punto di vista scientifico che da quello pubblico e letterario: inizia a lavorare come ricercatore presso l’Abeghyan Institute of Literature e dal 1966 al 1971 è segretario della Writers Union of Armenia.

Nel 1967 discute la sua tesi di dottorato in Filologia ed è proclamato dottore. Nel 1968 viene eletto al Consiglio Supremo della Repubblica Socialista Sovietica Armena.Già nei primi anni sessanta, Sevak è conosciuto in Armenia come grande poeta.Paruyr Sevak muore assieme alla moglie, Nelly Menagharishvili, il 17 giugno del 1971 in un incidente stradale di ritorno a Yerevan.

Critico riguardo alla corruzione della classe dirigente sovietica, induce molti armeni a credere che sia stato ucciso dal KGB. Il luogo della sua sepoltura, il cortile della sua abitazione a Zangakatun, è attualmente un museo. A lui sono intitolati anche un istituto scolastico e una delle vie principali dell’area Kanaker-Zeytun di Yerevan.

Le Opere

Sevak muove i primi passi nella scrittura già ad undici anni ma il primo vero successo arriva con la poesia Essere o non essere, scritta nel 1942. Le sue prime poesie vengono alla luce in maniera quasi accidentale, avendo raggiunto casualmente Ruben Zaryan, all’epoca editore di “Soviet Literature”, che pubblica tre delle sue poesie.

Nel 1948 esce il suo primo libro, Ordini immortali (in armeno: Անմահները հրամայում են), attraverso il quale denuncia la corruzione; nel 1954, Il cammino dell’amore (in armeno: Սիրո ճանապարհ); nel 1957, Ritornando da te; nel 1959 esce la poesia che lo rende famoso, Anlreli Zangakatun; nel 1963, L’uomo nel palmo della mano (in armeno: Մարդը ափի մեջ); nel 1969, Sia la luce! (in armeno: Եղիցի լույս); nel 1971, I tuoi conoscenti (in armeno: Ձեր ծանոթները).

Sevak accompagna la letteratura armena verso il cambiamento culturale dato dall’emergere e riemergere di nuovi concetti, idee, norme e valori presenti tra gli armeni in quel periodo.

 

 

 

 

In questa pagina vi proponiamo la sua famosa poesia:

Siamo pochi, ma ci chiamano armeni.

Siamo pochi, ma ci chiamano armeni.
Non ci consideriamo superiori a nessuno.
Semplicemente, anche noi dobbiamo accettare,
Che noi, soltanto noi, abbiamo l’ Ararat,
E che è qui, sulle alture del Sevan,
dove il cielo rispecchia la sua esatta copia.
Semplicemente, David, ha lottato qui.
Semplicemente, Narek, è stato scritto qui.
Semplicemente, sappiamo scolpire dalla roccia
conventi,
Dalla pietra realizzare pesci
e dalla terracotta uomini,
per l’ insegnamento e per perseguire
Il Bello,
Il Buono,
Il Nobile,
Il Sublime.
Siamo pochi, ma ci chiamano armeni.
Noi non ci consideriamo superiori a nessuno.
Semplicemente la nostra sorte è stata diversa,
Semplicemente, abbiamo dovuto versare molto
sangue:
Semplicemente, durante la nostra secolare
esistenza,
Quando eravamo forti
Ed eravamo in piedi,
Non abbiamo assoggettato alcun altro popolo,
Nessuno ha subito danni dal colpo della nostra
mano.
Se abbiamo fatto schiavi ,
È stato solo con i nostri libri,
Se abbiamo dominato,
È stato solo con il nostro talento…
E quando siamo stati costretti a lasciare la no-
stra terra,
laddove siamo giunti e ovunque siamo andati,
Ci siamo impegnati a favore di tutti,
Abbiamo costruito ponti,
Unito archi,
Ovunque a mietere,
fruttificare,
Abbiamo offerto a tutti idee, massime, canti:
Li abbiamo difesi dal gelo dell’anima-
Abbiamo lasciato dappertutto il riflesso dei
nostri sguardi,
Le reliquie delle nostre anime
E l’eucaristia dei nostri cuori.
Siamo pochi, è vero, ma ci chiamiamo armeni.
Sappiamo guarire dopo le ferite dolenti
E con nuovo entusiasmo gioire e far festa:
Sappiamo penetrare nel costato del nemico,
Ed dare sostegno a chi ci dichiara amicizia:
Sdebitarci del bene che ci hanno offerto,
Ripagando cento volte quel poco ricevuto…
Per i giusti e per il sole splendente,
sappiamo sacrificare perfino la nostra vita…
Ma se volessero bruciarci con violenza,
Sappiamo diventare fumo e spegnere il fuoco.
Se sarà necessario disperdere l’oscurità,
Sappiamo bruciare come candele accese.
E sappiamo anche amarci con passione,
Ma rispettando sempre anche gli altri.
Noi non ci consideriamo superiori a nessuno-
Ma conosciamo noi stessi,
siamo chiamati armeni!
E perché non dobbiamo esserne orgogliosi…
Ci siamo! Ci saremo! E ci moltiplicheremo!

 

 

 

Bibliografia:

- Portraits of hope: Armenians in the contemporary world, by Huberta von Voss – 2007 – p. 116;

- http://www.paruyrsevak.org/;
- Holding, Nicholas. Armenia with Nagorno Karabagh, 2nd: The Bradt Travel Guide. Guilford, Connecticut: Bradt Travel Guides, 2006 p. 40;

- Norits Kez Het (With You Again), by E.S. Mehrabyan.

 

Rosella Bianco

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 

 

 

 

 

 
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