L’arabo, lo spagnolo e il portoghese

 

Gli arabi conquistarono la Spagna nel 711 e rimasero lì per circa otto secoli (711-1492)[1]. La lingua araba ebbe così una grande influenza sulla lingua spagnola e viceversa. Oggi ci sono circa 2000 nomi di località di origine araba; le tracce monumentali della civiltà ispano-moresca sono ancora visibili in splendidi gioielli architettonici quali l’Alhambra di Granada e la Moschea di Cordova, nei numerosissimi toponimi arabo-romanzi, oltre che nella lingua spagnola, portoghese e catalana, nel folklore e nella mentalità di questi popoli.

 

 

Alcuni studiosi affermano che le parole arabe nella lingua spagnola coprano almeno un quarto del suo vocabolario. Il Portogallo fu invece conquistato nel 714 e rimase sotto la dominazione araba fino al 1139. Circa 3000 parole arabe sono entrate nella lingua portoghese. J. De Souza (1774-1812), nativo di Damasco da genitori arabi, redasse un vocabolario di 160 pagine (Lisbona 1789). Raccogliendo i termini arabi introdotti nella lingua portoghese e che ne sono diventati parte integrante, il celebre orientalista olandese R. Dozy (1820-1883) portò a termine un vocabolario dei termini spagnoli-portoghesi derivanti dall’arabo. L’orientalista olandese Engleman, dal canto suo, cominciò a scrivere nel 1869 un vocabolario di 424 pagine, dove il lettore può ritrovare l’origine araba di tutte le parole spagnole e portoghesi ivi elencate.

L’arabo lasciò la sua impronta nella lingua spagnola anche nei suoni. Si pensi al suono rappresentato graficamente in arabo con kh o h e che si ritrova nella pronuncia spagnola dei grafemi j, ge, gi, e a quello rappresentato con th o t e che trova il suo corrispondente nei grafemi spagnoli z, ce,ci. Inoltre, tutte le parole spagnole che incominciano con al (l’articolo determinativo arabo) sono certamente di origine araba[1]. Ad esempio, alcuni termini di ordine ufficiale sono:

Alcalde, al-qāḍī al-’umda (il sindaco)

Almojarife, al-mušrif (sovrintendente, controllore)

Alferez, al-fāris (il cavaliere)

Alamin, al-āmīn (il fedele)

Alguacil, al-wazīr (il ministro)

Espressioni che si riferiscono a fiori e piante o prodotti della terra:

Alzahar, al-zahr (i fiori)

Arravan, al-rayḥān (il basilico)

Jazmines, al-yāsmīn (il gelsomino)

Aceite, al-zayt (l’olio)

Aceituna, al-zaytūna (l’oliva)

Arroz, al-ruz (il riso)

Azucar, al-sukkar (lo zucchero)

Così anche alcune professioni:

Albañil, al-bannā’ (il costruttore, il muratore)

Albeitar, al-bayṭār (il veterinario, il maniscalco)

Alfageme, al-ḥağğām (salassatore, colui che applica le sanguisughe);

Alferero, al-faḥḥār (fabbricante di stoviglie, ceramista)

E altre parole come:

 al-mihaddah (il cuscino)

  al-ḍay‘a (la campagna)

Mentre le parole alterate di origine araba non iniziano con l’articolo determinativo, ad esempio:

ḥattà (fino a)

 fulān (Tizio, Caio)

 bitāqa (cartolina)

 šaqiqa (emicrania)

alcantra, al-qantara (piccolo ponte arcuato)

albufera, al-buḥayra (il lago)

alcazar, al-qaṣr (il castello, la fortezza)

acequia, al-sāqiyya (canali di irrigazione)

alberca, al-birka (il laghetto, lo stagno)

aljibe, al-ğibb (il pozzo)

alquiria, al-qarya (il villaggio)

arrabal, al-raīḍ (il giardino)

almacen, al-mahzan (il magazzino)

almacena, al-hizāna (la cassaforte, l’armadio)

aljofar, al-ğawhar (la gemma, la sostanza)

alhondiga, al-funduq (il fondaco, l’albergo)

mezquita, al-masğid (la moschea)

candil, al-qindīl (la lanterna)

Axarfe, al-šurfa (la terrazza, il balcone)

axarbe, al-šarāb ( lo sciroppo, la bevanda)

Questi sono solo alcuni esempi di parole spagnole derivate dall’arabo. Alcune di esse sono state soltanto trascritte dall’arabo in lettere latine: non si tratta di centinaia, ma di migliaia.

Le librerie spagnole, non soltanto in Andalusia ma in tutta la Spagna, sono piene di libri dedicati alla storia della civiltà araba. Questi trattano di tutte le scienze e le arti e sono stati scritti da storici contemporanei, docenti universitari, scrittori, musicisti e poeti. Tra i volumi che trattano le caratteristiche della civiltà araba, degna di nota è l’approfondita ricerca del celebre orientalista e scrittore Juan Vernie, docente presso l’università di Barcellona. L’autore pubblicò questo studio in lingua spagnola nel 1978, con il titolo La cultura spagnolo-araba in Oriente e Occidente. Successivamente, lo tradusse in francese e fu pubblicato dalla casa editrice Dār Sindibad a Parigi nel 1985, con il titolo: Cosa deve la cultura agli arabi di Spagna?. Nell’introduzione al volume si legge: «Il libro mira a uno scopo molto difficile, quello di fare un inventario dell’impronta degli arabi spagnoli al servizio della cultura»[2]. Specificò, anche, che con l’espressione «gli arabi» intendeva indicare i parlanti la lingua araba in tutta la Spagna in generale, ed in Andalusia in particolare, nel Medio Evo. L’arabo fu parlato e scritto da tutti coloro che «approdavano» in Andalusia: arabi, persiani, turchi, ebrei, oltre agli spagnoli arabizzati.

L’autore aggiunge: «Il grande merito della lingua araba è quello di aver trasmesso le scienze orientali antiche e quelle islamiche alla lingua latina ed alle sue derivate, cioè a tutta la cultura dell’Occidente. Ciò influenzò in modo determinante le scienze che si diffusero ampiamente nel periodo del Rinascimento in Europa»[3].

A domande frequenti quali «chi furono gli arabi di Spagna?», «come mai esercitarono una tale influenza, pur essendo stati una piccola minoranza durante la conquista? » Vernie risponde che la conquista islamica, che arrivò in Occidente dalla Spagna passando attraverso l’Africa, conobbe due ondate: la prima fu quella capeggiata da Musà Ben Nuṣayir, nato in Hiğāz e cresciuto a Damasco nel 712 d.C.; la seconda fu quella di Balğ Ben Bišr, il condottiero damasceno che arrivò in Andalusia nel 740 d.C. Il numero dei componenti delle due ondate si suppone sia stato rispettivamente di trentamila e quarantamila uomini tra arabi e berberi. Malgrado il numero inferiore degli arabi, questi ultimi riuscirono a trionfare diffondendo la lingua, le tradizioni e le scienze matematiche (specie la geometria) nella penisola iberica. Così, in un solo secolo, riuscirono ad arabizzare un gran numero di spagnoli, rendendo la lingua araba dominante, grazie alla loro efficienza politica e alla loro cultura senz’altro superiore a quella dei Goti[4].

Juan Vernie, in un ampio capitolo sulle scienza e le arti arabe che prosperarono in Andalusia, afferma: «Gli arabi contribuirono alla cultura umana, trasmisero le loro esperienze di navigazione marittima, di architettura e di fabbricazione delle navi, elaborarono carte geografiche e idrogeologiche, a motivo della loro grande preparazione in questo campo e della loro conoscenza avanzata nella meteorologia. Senza dubbio, gli arabi hanno beneficiato, nel campo della navigazione, degli insegnamenti dei Fenici, loro predecessori, ma in seguito migliorarono in questa come in altre scienze diventando anche più abili dei loro antenati. Costruirono le flotte commerciali e belliche nelle acque del Golfo e del Mediterraneo, dominando il mare durante il loro governo in Andalusia. Introdussero la fabbricazione della carta nel XI secolo d.C., e questo favorì la trasmissione delle loro tradizioni e del loro patrimonio culturale, oltre alla grande diffusione di preziose conoscenze scientifiche»[5].

Vernie indica tutti i servizi che gli arabi offrirono all’Occidente durante la loro lunga permanenza in Andalusia. Così, egli descrive la superiorità degli arabi nelle scienze (geometria, astronomia, medicina, geografia, algebra), nell’irrigazione, nell’agricoltura, nella filosofia e nelle arti (decorazione, poesia, musica, letteratura). Vernie conclude il suo studio affermando che la conquista degli arabi in Spagna fu soprattutto di matrice culturale e artistica, avvenne in modo rapido, ebbe un’ampia diffusione e costituì un fenomeno di importanza storica colossale.

Nel libro La storia della lingua spagnola, pubblicato nel 1962 dal filologo Rafael Lapisa, si legge: «L’importanza dell’elemento arabo nella lingua spagnola viene al secondo posto dopo quello latino, e ci sono più di quattromila parole arabe nella nostra lingua di oggi. Per non parlare delle espressioni correnti usate dagli Andalusi, mutuate dall’arabo e poi adottate e tramandate da una generazione all’altra, sotto la spinta dell’interazione con la civiltà araba e dell’importanza della sua lingua in Spagna»[6]. Tra queste espressioni correnti, usate tutt’oggi nella lingua spagnola in Andalusia, ricordiamo alcune invocazioni come:

tra amici: sallamak Allāh («Dio ti dia pace»);

ai bisognosi o ai poveri: la yirzqak Allāh («Dio ti mantenga»);

affinché accada qualcosa di positivo: Inscia’Allāh («se Dio vuole»);

quando si è allegri o ammirati si esclama come il cantante, il ballerino o il torero: «Olé!» cioè Allāh («Oh Dio!»);

quando si elogia una persona buona: liyubārk Allāh al-umm alltī waḍ‘atak («benedetta la madre che ti ha fatto»).

Questi termini sono esclusivamente andalusi e non esistono in nessun’altra lingua europea conosciuta, eccetto forse nella lingua portoghese. Inoltre, nella lingua spagnola ci sono parole e nomi di posti geografici di origine araba. Alcuni di questi termini sono rimasti intatti, ma la maggior parte di essi subirono delle alterazioni. Bisogna sottolineare che l’interazione riguardò entrambe le lingue. Ad esempio, si è avuta l’introduzione di termini spagnoli nella lingua araba tramite quella turca quali: baṭāṭā (patata), tabġ (tabacco), riyāl (moneta d’argento, equivalente a un tallero circa, oppure a 20 piastre egiziane, oppure a 200 fals iracheni), kanārī (canarino), kinā (chinino, pianta)[7]. Certamente i vocabolari e le ricerche linguistiche menzionati precedentemente in questo volume sono stati redatti da studiosi spagnoli nel secolo scorso. Tra questi il più importante è quello del grande storico Ramòn Menendez Pidal, pubblicato e ristampato diverse volte con il titolo Fox. Un altro titolo importante è La storia dei nomi geografici arabi in Spagna, curato e pubblicato dal famoso arabista Asin Palacios, che si basò su ricerche precedenti di celebri studiosi come Dozy, Eguilaz, Codera, Gomez, Moreno, Simonetti e Steiger[8].

Oggigiorno, girando per le strade dell’Andalusia, si nota una grande somiglianza tra gli usi e costumi spagnoli e quelli arabi ed orientali, sia nella vita familiare che in quella sociale in generale, nei comportamenti interpersonali, nello scambio di saluti, nell’accoglienza, nella cucina, nei ringraziamenti, nei vari modi di manifestare l’allegria, specie nel cantare e nel ballare. Tutti questi elementi rivelano l’importanza della cultura arabo-andalusa in Spagna[9], come scrive anche Gonzalez Palencia nel suo celebre saggio Influencaciòn de la Civilizacìon Arabe[10].

 

  

Kegham Jamil Boloyan

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica


[1] Muḥammad ‘Abd Allāh ‘Annān, al-‘Arab tarakū al-Andalus wa baqiyat luġatuhum, in «al-‘Arabi», XXIII, n. 274,1961, p.110.

[2] Salmà al-Ḥaffār al-Kuzbarī, al-Haḍ̣dāra al-‘arabbiyya fi’l Andalus kamā yarāha al-Isbān al-Mu‘aṣirūn, in «al-‘Arabi», XXXII, n. 380, 1990, p. 37.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem, p 38.

[6] Ibidem.

[7] Qusṭanṭī Tiyūdūrī, al-Luġa al-‘arabiyya tā’aturuhā bi luġāt al-umam wa tā’tiruhā fi haḍihi al-luġāt ‘abra al-Qurān, in «al-‘Arabī», XX, n. 240, 1978,p. 127.

[8] Salmà al-Ḥaffār al-Kuzbarī, al-Haḍ̣dāra al-‘arabbiyya…, cit., p. 38.

[9] Muḥammad ‘Abd Allāh ‘Annān, al-‘Arab tarakū al-Andalus wa baqiyat luġatuhum, in «al-‘Arabi», XXIII, n. 274,1961, p.110.

[10] Ibidem.

 

 

 
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