La figura favolistica Giufà – جُحا

 

Secondo alcuni, Giufà/Jehà deriverebbe da un personaggio storico realmente esistito agli inizi dell’XI secolo d.C. nella penisola anatolica (l’attuale Turchia).

Si tratterebbe della personalità piuttosto eccentrica di Nasreddin Khoja (Il Maestro Nasreddin),che nell’area culturale araba si sarebbe poi diffuso con il nome di Djeha o Jusuf, innestandosi poi nella tradizione siciliana come Giufà (da notare come, nella scrittura araba, le parole khoja (turco hoca) e djuha si scrivono in maniera molto simile: solo dei punti diacritici le tengono distinte).

 

 

Nasreddin Khoja (far ملا نصرالدین, Mullā Nasreddin; az. Molla Nəsrəddin; tur. Nasrettin Hoca; cur. Mella Nasredîn; ar. جحا, Juḥā, oppure نصرالدين : Naṣr al-dīn; alb. Nastradin Hoxha; bosn. Nasruddin Hodža; uzb. Nasriddin Afandi (Effendi); kaz. Қожанасыр, Khožanasyr; uig. Näsirdin Äfänti) è una figura favolistica (ma anche presente nella letteratura del sufismo), che la cultura turca vorrebbe vissuta intorno al XIII secolo ad Akşehir e successivamente a Konya, al tempo della dinastia Selgiuchide, ma che, sotto il nome di Guha, ossia Giufà, è presente anche nella favolistica araba-siciliana. Sarebbe stato un filosofo populista, spesso citato in storielle divertenti e aneddoti.

 

 

Molti Paesi e popolazioni del Vicino Oriente, del Medio Oriente e dell’Asia centrale (come ad esempio l’Afghanistan, l’Iran, la Turchia e l’Uzbekistan) rivendicano la sua “paternità”. Il suo nome è declinato in maniera differente a seconda della nazionalità ed è spesso preceduto o seguito da titoli onorifici come “Khoja”, “mullā” o “Effendi”.

Nella tradizione italiana , Giufà, chiamato a volte anche Giucà, è un personaggio letterario della tradizione orale popolare della Sicilia e giudaico-spagnola. Un personaggio analogo ricorre anche, con nomi diversi, in altre tradizioni regionali: Giufà e Jugale in Calabria, Giuccamatta in Toscana, Ciuccianespole in Umbria, Vardiello in Campania.

Nella letteratura scritta egli compare, in modo compiuto, nell’opera dell’etnologo Giuseppe Pitrè (1841-1916), celebre studioso di tradizioni popolari e di folclore siciliano tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, che ne raccolse e riprese le storie popolari diffuse in varie parti della Sicilia. La prima comparsa nella tradizione scritta risale almeno al 1845, quando il personaggio è attestato in un adattamento in lingua italiana di una storia di Venerando Gangi (1748-1816), favolista siciliano.

 

 

 

Giufà è un personaggio privo di qualsiasi malizia e furberia, credulone, facile preda di malandrini e truffatori di ogni genere. Nella sua vita gli saranno rubati o sottratti, in modo truffaldino e con estrema facilità, una pentola, un maiale, un pollo arrosto, un asino, una gallina, un tacchino.

L’iperbolica trama descritta dal Pitrè prende spunto da fatti realmente ricorrenti nelle campagne del palermitano, quando ladri e imbroglioni ricorrevano a promesse allettanti avanzate a ragazzi (che mai avrebbero mantenuto) per ottenerne in cambio prelibatezze sottratte alla campagna o alle dispense dei loro genitori.

Un esempio della tipica stoltezza del personaggio si ha nell’episodio “Giufà, tirati la porta” nel quale sua madre gli ricorda: “Quando esci, tirati dietro la porta” (nel senso di “accosta, chiudi, la porta”). Ma il giovane prende alla lettera l’invito e, anziché chiudere la porta, la scardina e se la porta con sé a messa. Giufà è un bambino, molto ignorante, che si esprime per frasi fatte e che conosce soltanto una certa tradizione orale impartitagli dalla madre. Nelle sue avventure egli si caccia spesso nei guai, ma riesce quasi sempre a uscirne illeso, spesso involontariamente.

 

 

 

Giufà vive alla giornata, in maniera candida e spensierata, incurante di un mondo esterno che pare sempre sul punto di crollargli addosso. Personaggio creato in chiave comica, caricatura di tutti i bambini siciliani, Giufà fa sorridere, con le sue incredibili storie di sfortuna, sciocchezza e saggezza, ma ha anche il gran merito di far conoscere meglio la cultura dominante in Sicilia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Nella tradizione giudaico-spagnola Giufà è un ragazzo intelligente e stupido, furbo e credulone, onesto e disonesto, triste e allegro, povero e ricco, credente e miscredente.

Lo si ritrova in ogni situazione possibile: realistica, fantastica, assurda. Non sa comprare nemmeno un pomodoro ma sa vendere una pecora brutta e magra a un prezzo favoloso. È figlio di un ricco ma non ha neppure una camicia. Non ha da mangiare ma nutre gli affamati. Insomma, è un saggio, ma di una saggezza che non si riconosce a prima vista. Giufà incarna anche il ribelle alle convenzioni sociali, il burlone che si fa gioco di tutto e di tutti, che irride l’autorità, la paura, la morte stessa; e in questa sua incontenibile, clownesca provocazione sta forse l’effetto catartico delle sue storie.

 

 

Sebbene la sua comparsa nella tradizione scritta siciliana risalga a tempi relativamente tardi (circa metà Ottocento), Giufà (o Giuchà o Jochà o G’ha) è, in realtà, l’eroe. o l’antieroe, di una serie di storie popolari fiorite nel bacino del Mediterraneo e diffuse in particolare nel periodo della diaspora giudeo-spagnola e orientale: se le più antiche testimonianze risalgono, infatti, a racconti arabi anonimi del IX secolo (come dimostra lo stesso nome del ragazzino, che, nel dialetto palermitano, divenne l’abbreviativo di Giovanni), è nelle famiglie ebraiche di Turchia, Grecia, Bulgaria, regioni balcaniche dell’ex-Jugoslavia, Israele, Marocco, che le gesta eroicomiche di questa figura popolare si sono tramandate oralmente di generazione in generazione. Ancora oggi nei paesi del Maghreb sopravvivono cicli narrativi che hanno come protagonista Djehà (pron. giuhà), che, con il siciliano Giufà, di sicuro condivide una medesima radice popolare.

Giufà è ben radicato nella tradizione popolare di Reggio Calabria, un fessacchiotto che però, al momento opportuno, tira fuori gli artigli. In buona sostanza nell’accezione reggina Giufà riacquista i caratteri della tradizione giudaico-spagnola e diventa paradossale: scaltro e sciocco, abile e pasticcione, coraggioso e vigliacchetto, laborioso ed infingardo, sincero e bugiardo, pronto ad assumere connotazioni diverse a seconda delle circostanze.

Conosciutissimo e amatissimo dal popolo, ne diventa l’alter ego, l’unica vera maschera del territorio. Probabilmente giunse a noi dalla Sicilia, senza passare però per Messina tanto che i Messinesi chiamano i Reggini sciacquatrippa con riferimento alle disavventure di Giufà con questo elemento. A Reggio la sua storia si accresce con le storielle dei rapporti con la “Fata Morgana” che, come tutti sanno, dimora nello Stretto.

 

 

Cfr:

https://it.wikipedia.org/wiki/Nasreddin_Khoja

https://ar.wikipedia.org/wiki/%D8%AC%D8%AD%D8%A7

https://it.wikipedia.org/wiki/Giuf%C3%A0

 

A cura del

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 

 

 
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