Il romanzo“Polvere d’oro” di Ibrahim Al-Koni

 

Protagonista di questo romanzo è il deserto, dove il destino di Ukhayyad s’intreccia con la vita del suo cammello: le due creature sono cresciute insieme, attraversando un mondo che parla la lingua misteriosa dei ginn spiriti metà uomini e metà angeli – dei maghi e degli sheikh, dei mercanti e dei guerrieri.

Ma un vincolo che va oltre l’umana comprensione si scontra con la rigidità delle leggi sociali: l’affetto di Ukhayyad per il pezzato non può sostituire quello per una moglie e un figlio, e chi osa tradire i codici deve pagare. L’unica via d’uscita è fuggire dalla tribù, dove la febbre dell’oro non l’amore, regola le relazioni fra gli uomini.

 

 

È questo quello che potremmo definire un romanzo del deserto vi ritroviamo infatti tutto ciò che ci aspetteremmo da una simile ambientazione: arroventate distese desolate qua e là interrotte da oasi ristoratrici tribù nomadi cammelli stregoni indovini e uomini misteriosi che nascondono bisacce ricolme di polvere d’oro per l’appunto. Ma a fermarsi sulla superficie della coltissima prosa dello scrittore libico più tradotto in Italia ed Europa si commetterebbe un errore di valutazione di non poco conto.

Nato nel 1948 a Ghadames e cresciuto nel deserto del Fezzan secondo le tradizioni degli “uomini blu” i Tuareg cominciò gli studi solo a dodici anni in un percorso che concluse a Mosca con una tesi su Dostoevsky. Al-Koni si è nutrito delle più diverse suggestioni intellettuali le quali tutte assieme concorrono a fare della sua narrativa un trionfo di meticciato sincretismo e ibridazione culturale sociale e identitaria. Sicché non è per niente difficile imbattersi nei suoi scritti in evocazioni della Bibbia accanto a quelle del Corano e dei culti preislamici per citare un solo esempio non senza una notevole padronanza delle genealogie tribali del Sahara e delle mitologie Tuareg.

L’autore è spesso confuso in quel grosso calderone che apparenta molta letteratura postcoloniale quello del realismo magico che però nel caso specifico non risulta una strategia efficace per fronteggiare la brutalità del colonialismo: il romanzo è effettivamente ambientato al tempo dell’occupazione italiana della Libia ma l’occupazione resta nella storia un evento marginale. Centrale è invece una curiosa amicizia tra il giovane Ukhayyad e un rarissimo cammello pezzato un “messaggero mandato dal Signore per liberare il suo spirito incatenato”.

Sarà proprio questo continuativo contatto con il primordiale con la natura che persuaderà il giovane del fatto che la sua infelicità è legata a tutto ciò che è materiale mentre quello in cui vive è un mondo senza speranza dove le persone e il tempo sono i veri traditori: la salvezza dovrà necessariamente passare attraverso la purificazione. Ecco soltanto il deserto purifica lo spirito: “Qui è facile librarsi per congiungersi con la solitudine eterna l’orizzonte lo spazio che conduce in un luogo che è al di là dell’orizzonte e oltre lo spazio. Verso l’altro mondo l’altra vita sì l’altra vita”.

L’eremitaggio non sarà però sufficiente a Ukhayyad il quale sopraffatto dal dolore del disonore condannerà se stesso a una fine atroce insieme al suo amato cammello pezzato. A libro chiuso al lettore resta il grande fascino di una narrazione senza tempo come in un’aura di leggenda e il ricordo d’una realtà la cui esistenza sembrerebbe essere tale solo perché generata dal racconto che per al-Koni – interprete ultimo di un’immensa tradizione orale – deve però necessariamente farsi scrittura.
Polvere d’oro, Ibrahim Al-Koni, traduzione di M. Avino,Ed. Ilisso, 2005.

Silvia Lutzoni

 

Cfr:

L’Indice

https://www.ibs.it/polvere-d-oro-libro-generic-contributors/e/9788889188392

 

A cura del

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 

 

 

 

 

 
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