I versi perduti di Jamil B. Holway

 

La sera del 5 gennaio 1929 presso l’hotel McAlpin di New York fu organizzata una cena di gala per festeggiare i venticinque anni di carriera artistico-letteraria di Kahlil Gibran (Ğubrān Ḫalīl Ğubrān, 1883-1931) cui presero parte circa duecento invitati.

L’ospite d’onore – che nella fotografia ufficiale compare in fondo alla sala, proprio sotto il dipinto appeso alla parete, seduto a destra della bandiera a stelle e strisce – ascoltò commosso i discorsi di encomio di molti illustri esponenti della comunità siro-americana, tra cui gli scrittori Mikhail Naimy (Mīḫā’īl Yūsuf Nu‘aymah, 1889-1988), Nasib Arida (Nasīb ‘Arīḍah, 1887-1946) ed Elias Atallah (Ilyās ‘Aṭā’ Allāh, 1888-1943); lo storico Philip Hitti (Fīlīb Ḫūrī Hittī, 1886-1978); gli editori Salloum Mokarzel (Sallūm Anṭūn Mukarzil, 1881-1952), Abdul Masih Haddad (‘Abd al-Masīḥ Ḥaddād, 1890-1963), Nadra Haddad (Nadrah Ḥaddād, 1881-1950) e Habib Katibah (Ḥabīb Ibrāhīm Katībah, 1895-1958).

 

 

Il numero di febbraio 1929 del mensile arabo-americano «The Syrian World», nel riferire dell’importante evento, annovera tra gli oratori di quella memorabile serata anche un certo “Jamil P. Holway”, un nome oggi pressoché dimenticato, ma assai noto all’epoca ai lettori di quotidiani e periodici in lingua araba pubblicati negli Stati Uniti: alcune fonti lo citano addirittura come uno dei più eminenti poeti d’emigrazione, benché egli abbia operato al di fuori del circolo gibraniano e non abbia mai dato alle stampe nessuna raccolta poetica né in arabo né in inglese.

Ǧamīl Buṭrus Ḥulwah nacque a Damasco il 15 agosto 1883. Intorno al 1903, dopo essersi laureato in legge a Beirut presso il Syrian Protestant College (attuale American University of Beirut), raggiunse a Chicago i genitori Buṭrus Līūn Ḥulwah e Zaynah Ḥaǧǧār, emigrati tempo prima nel Nuovo Mondo, dove il suo nome venne registrato come Jamil Boutros (Peter) Holway. Negli anni seguenti egli viaggiò attraverso diversi stati del sud quali Missouri, Texas, Louisiana, Tennessee.

Nel 1907 venne assunto dal governo federale degli Stati Uniti d’America come interprete e ispettore per l’Ufficio Immigrazione. Intanto le sue collaborazioni sempre più frequenti con la stampa arabo-americana gli fecero guadagnare una fama crescente tra i suoi compatrioti residenti in America nonché importanti riconoscimenti coronati dalla pubblicazione a New York per i tipi di al-Hudà di una miscellanea di contributi vari in prosa araba dal titolo al-Muhāǧir al-Sūrī (L’emigrante siriano), l’unico volume edito dell’autore.

La passione di Holway per la letteratura è testimoniata da molti suoi scritti, in uno dei quali si legge: «La poesia costituisce il mezzo più sublime ed efficace per trasmettere conoscenza ed emozioni perché capace di far vibrare le corde del cuore e penetrare l’animo umano, e nello stesso tempo, con un tocco della sua bacchetta magica, di destare anche le menti atrofizzate.

Con la poesia e la scrittura in versi, l’uomo ha scoperto la maestà della propria essenza e la sua posizione preminente tra le altre creature. A mio parere, il primo scopritore di quest’arte eccelsa meriterebbe onori ben più alti di qualsiasi altro scopritore o inventore […]. La grandezza di una nazione risiede in coloro che la popolano […]. Secondo me, i migliori, i più onesti e intelligenti tra loro sono i poeti e gli scrittori. Private una nazione dei suoi poeti e dei suoi scrittori, e vedrete allora che essa perderà immediatamente il suo prestigio e la sua dignità».

Nel 1918, rassegnate le dimissioni dal suo impiego presso l’Ufficio Immigrazione, iniziò ad esercitare la professione di avvocato e il 23 dicembre dello stesso anno sposò Mary Hakim (Mārī Ḥakīm, 1893-1974) da cui ebbe quattro figli: Josephine, Edmund, Floyd e Theodore. Nel 1928, insieme alla famiglia, si trasferì a Brooklyn (New York), dove trascorse il resto della sua vita.

Negli anni del secondo conflitto mondiale lavorò alla campagna di propaganda “Fight for Freedom” per conto dell’U.S. Office of War Information (OWI). Si spense il 14 febbraio 1946 a Brooklyn, Kings County, e le sue spoglie furono tumulate presso il locale Green-Wood Cemetery.

Non avendo mai pubblicato alcun diwān, i versi di Holway sono andati probabilmente perduti. Solo un paio delle sue liriche è giunto fino a noi grazie alle traduzioni in inglese di George Dimitri Selim incluse nell’antologia di poesia arabo-americana Grape Leaves (Foglie di vite, 1988). Del più suggestivo di questi due componimenti – un’amara riflessione sulla guerra e sulla barbarie umana dal titolo al-Šayṭān – si fornisce di seguito un’inedita traduzione in italiano.

 

SATANA

Satana mi venne in sogno una notte

tutto smanioso di conversare con me.

Mi si accostò con le sue corna spaventose

e i suoi terribili occhi fiammeggianti.

«Vattene!» gridai. «Fila via, maledetto!

Non disturbare i miei pensieri».

«Sono venuto a farti visita» mi disse

«per offrirti il mio sapere, la mia sagacia e la mia esperienza.

Rispondi a questa semplice domanda: tu chi sei?».

«Sono uno dei saggi della terra» risposi,

«non hai mai sentito parlare di me?

Le mie poesie sono note in tutto il mondo,

non le conoscete anche laggiù all’inferno?».

Quando udì le mie parole di sfida

Satana scoppiò in una risata di scherno e stupore.

«C’è forse una qualche speranza di saggezza nel vostro mondo,

oppure di un briciolo d’umanità tra la sua gente malvagia?

Se gli uomini fossero onesti,

canterebbero le mie lodi nei loro cuori.

Nel momento stesso in cui li ha creati,

Dio sapeva che Gli avrebbero disobbedito per l’eternità.

Così ha inventato per loro l’inferno

e ha designato me per punirli e vendicarsene.

È per colpa loro se sono stato gettato nell’abisso

e ho perduto la mia potenza, la mia autorità e il mio rango.

Nella disputa tra Lui e loro fui dunque io a pagare.

Che siano dannati per sempre!

Ma no, non li spaventarono le fiamme dell’inferno,

né trassero insegnamento dalla mia caduta.

Perseverarono invece sulla via della perdizione,

non concedendo requie né a Dio né a me.

Da quando poi hanno reso la terra stessa un inferno,

il mio regno è vacante di diavoli:

abitano tutti nelle anime depravate degli uomini.

Non li vedi come sono schiavi di carburante e vento,

mentre volano nello spazio come uccelli impazziti

facendo piovere fuoco sui loro simili,

incuranti dell’altrui dolore e distruzione?

Non li vedi come si dibattono nel mondo,

inquieti come leoni e leopardi in gabbia?

Non li vedi dar la caccia alle balene,

seminare morte in ogni dove

e far tremare perfino il fondo dei mari?

Come ha potuto Mosè soltanto pensare

che quando l’universo ebbe inizio

il Signore abbia creato l’uomo a Sua immagine?

Muoio di vergogna, credimi,

quando essi professano di esser miei devoti».

Al culmine della rabbia

lo scacciai a pedate per aver ingiuriato l’umanità.

Ma l’indomani al mio risveglio,

quando diedi una scorsa ai giornali del mattino,

la vita mi apparve davvero come un fiume di fuoco

in mezzo a un inferno di atrocità e orrore.

Allora dovetti ammettere dentro di me:

«Per quanto paradossali possano sembrare,

le parole di Satana sono veritiere».

 

Bibliografia

-Ǧamīl Buṭrus Ḥulwah, al-Muhāǧir al-Sūrī: wa-mā yaǧibu an yaʻrifahu wa-yaʻmala bih, Maṭbaʻat Ǧarīdat al-Hudà, New York 1909.

- Grape Leaves: a Century of Arab American Poetry, edited by Gregory Orfalea and Sharif Elmusa, University of Utah Press, Salt Lake City 1988, pp. 47-51 (cfr. Jamil B. Holway, Satan; Throbbings).

 

Francesco Medici

A cura del

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 

 

 
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