‘Afīfah Karam, pioniera del romanzo arabo-americano

 

Zaynab di Muḥammad Ḥusayn Haykal (1888-1956), pubblicato al Cairo nel 1914, viene convenzionalmente indicato come il primo ‘vero’ romanzo arabo, nonostante i suoi limiti e benché altri romanzi lo abbiano preceduto.

La ragione di tale imprecisa attribuzione è probabilmente da ascriversi al fatto che le opere (antecedenti o coeve) assimilabili al medesimo genere letterario non costituiscono che dei modesti tentativi da parte di autori che si cimentavano per la prima volta con una forma narrativa, tradizionalmente occidentale, che nei Paesi arabi era a quell’epoca ancora misconosciuta.

La maggioranza degli studiosi ha tuttavia trascurato (e continua tuttora a trascurare) quanto gli scrittori siro-libanesi emigrati negli Stati Uniti, pionieri del cosiddetto adab al-mahǧar, hanno prodotto agli inizi del XX secolo. Stabilitisi prevalentemente in un’area di Manhattan allora nota come “Little Syria”, distante pochi isolati dall’attuale Ground Zero, questi letterati hanno di fatto inaugurato a New York la nascita del romanzo arabo come forma compiuta.

Precedenti di ben un decennio l’uscita di Zaynab sono infatti i romanzi al-Qulūb al-muttaḥidah fī al-wilāyāt al-muttaḥidah (I cuori uniti negli Stati Uniti, 1904) di Salīm Sarkīs (1869-1926) e al-Mukārī wa al-kāhin (Il mulattiere e il prete, 1904) di Ameen Rihani (Amīn al-Rīḥānī, 1876-1940). Al 1912 risale poi al-Aǧniḥah al-mutakassirah (Le ali spezzate) di Kahlil Gibran (Ğubrān Ḫalīl Ğubrān, 1883-1931), cui fa seguito Zanbaqat al-Ġūr (Il giglio della Valle del Giordano) del già citato Rihani, pubblicato a puntate sul mensile newyorkese in lingua araba «al-Funūn» (“Le arti”, 1913-1918) a partire dal numero di ottobre 1913.

Ma alla cerchia dei muhāǧirūn apparteneva anche una donna, il cui nome non è quasi mai neppure menzionato nei manuali di storia letteraria – una giornalista, scrittrice e traduttrice che tra il 1906 e il 1910 diede alle stampe, sempre a New York, nientemeno che tre romanzi originali in arabo.

‘Afīfah Karam nasce il 26 luglio 1883 a ʻAmšīt, nell’odierno Libano, da un’agiata famiglia cristiano-maronita. Suo padre, Yūsuf Ṣāliḥ Karam, era infatti un medico di chiara fama che lavorava alle dipendenze dell’esercito ottomano. ‘Afīfah frequenta una scuola femminile locale condotta dalle suore maronite trascorrendo un’infanzia e una prima adolescenza serene e spensierate finché nel 1895 la famiglia cade in disgrazia a seguito della morte del capofamiglia.

La giovane deve perciò interrompere gli studi e viene data in sposa nel 1897 a Karam Ḥannā Ṣāliḥ Karam, un cugino paterno di tredici anni più grande di lei. Dopo le nozze il marito, un commerciante che aveva fatto fortuna in America e che tutti chiamavano ‘John’, emigra definitivamente a Shreveport, in Louisiana, portando con sé la sposina appena quattordicenne insieme ai due stretti familiari di lei: la madre Frūsīnā e la sorella minore Amīnah.

Quello tra ‘Afīfah e John, ancorché combinato, è un matrimonio felice, malgrado il fatto che dalla loro unione non nacquero figli. Le condizioni economiche più che favorevoli consentono inoltre alla ragazza di non dover lavorare per contribuire all’economia familiare (com’era consueto accadesse per la stragrande maggioranza delle sue conterranee immigrate nel Nuovo Mondo) e di potersi pertanto dedicare esclusivamente alle letture e alla scrittura, nonché alle opere di carità a beneficio degli orfani della Grande Siria ottomana e alla difesa dei diritti delle donne arabe – cristiane e musulmane – residenti negli Stati Uniti.

Nel 1898 ‘Afīfah incontra Naoum Mokarzel (Naʻūm Mūkarzil, 1864-1932), il noto intellettuale e attivista libano-americano, fondatore del quotidiano in lingua araba «al-Hudà» (“La retta via”, Philadelphia-New York 1898-1952) su cui la giovane inizia a pubblicare i suoi primi articoli. Nel corso degli anni successivi la sua collaborazione con il giornale di Mokarzel si intensifica al punto che nel 1905 inizia a curarvi una rubrica tutta sua dal titolo “Mabāḥiṯ Nisā’iyyah” (“Questioni femminili”), contrassegnata da una fotografia che la ritrae di profilo, vestita con un abito elegante e scollato, agghindata di orecchini e collana di perle, un fiorellino bianco dietro l’orecchio e con i capelli acconciati secondo la moda occidentale del tempo.

Nel 1911 fonda il settimanale «al-Imrā’ah al-Sūriyyah» (“La donna siriana”), il primo periodico femminile arabo-americano. Nel 1913, mentre Mokarzel si trova in Europa come rappresentante della Ǧam‘iyyat al-nahḍah al-Lubnāniyyah (Lega Libanese per il Progresso) per partecipare al Primo Congresso Arabo di Parigi, diviene addirittura caporedattrice ad interim di «al-Hudà» e fonda inoltre il mensile «al-‘Alam al-Ǧadīd al-Nisā’ī» (“Il Nuovo Mondo delle donne”). Allo stesso periodo risale anche la sua collaborazione con la testata egiziana «al-Mar’ah al-Ǧadīdah» (“La donna nuova”), sulla cui rubrica “Ḥadīṯ al-Mahǧar” (“Racconti della diaspora”) narra alle lettrici del mondo arabo la vita delle donne americane – soffermandosi in particolare sugli aspetti socio-politici o dell’istruzione –, nonché le difficoltà di integrazione delle siriane in America, in bilico tra due diverse culture.

Il tema del confronto tra Occidente e Oriente, indagato principalmente dal punto di vista femminile, trova ampio spazio anche in articoli pubblicati su «al-Hudà», tra cui ad esempio Ḥurriyyat al-fatāt al-Amrīkiyyah wa ḥišmat al-fatāt al-Sūriyyah (La libertà delle giovani americane e la verecondia delle giovani siriane).

Il suo stile impeccabile e ricercato alimenta intanto i dubbi circa la sua reale identità: secondo alcuni quello di ‘Afīfah Karam altro non era che uno pseudonimo dietro cui si celava la penna di un uomo (con chiara allusione allo stesso Mokarzel). Nell’agosto 1905 sulle pagine di «al-Hudà» la giornalista si difende da simili insinuazioni con un articolo dai toni accesi, nel quale rivendica la propria autonomia di donna e di scrittrice.

Il 15 marzo 1906, dopo quasi un anno di silenzio sulla carta stampata, sempre su «al-Hudà» pubblica Baḥṯ fī al-riwāyāt (Studio sui romanzi) in cui si scaglia contro i detrattori arabi del genere del romanzo, secondo i quali tale forma letteraria era un pericoloso veicolo di messaggi immorali e fuorvianti.

La Karam si dice invece convinta del valore educativo e perfino ‘civile’ di tale genere letterario, soprattutto a vantaggio delle lettrici. Proprio il giorno seguente «al-Hudà» annuncia in prima pagina l’imminente uscita del romanzo d’esordio dell’autrice con una tiratura prevista di cinquecento copie.

Badīʻah wa Fu’ād (Badīʻah e Fu’ād, 1906) – dedicato «alle madri, mogli e sorelle che hanno costruito il passato e il presente e costruiranno il futuro dell’umanità» e denso di rimandi al celebre trattato Taḥrīr al-mar’ah (La liberazione della donna, 1899) dell’egiziano Qāsim Amīn (1863-1908) – racconta la storia di Badīʻah, una libanese di umili origini che lavora come domestica nella casa di una ricca aristocratica, del cui figlio Fu’ād presto si innamora.

Ma la famiglia di quest’ultimo, decisa a scongiurare ad ogni costo l’unione tra i due giovani, induce la ragazza a lasciare la propria terra per iniziare una nuova vita negli Stati Uniti. Successivamente, anche Fu’ād, che ricambia i sentimenti di Badīʻah, salpa alla volta del Nuovo Mondo e, dopo varie peripezie, i protagonisti si ritrovano e possono finalmente convolare a nozze.

La vicenda narrata in Fāṭimah al-Badawiyyah: riwāyah waṭaniyyah (Fāṭimah la beduina: un romanzo patriottico), pubblicato nel 1908, si svolge a New York ed è incentrata sul profondo sodalizio tra due donne totalmente diverse per estrazione socio-economica e background culturale: Fāṭimah, una sventurata immigrata musulmana proveniente da Baalbek, e Alice Harrison, una ricca ereditiera americana.

Nell’opera trovano posto tematiche quali il delitto d’onore, il matrimonio interreligioso, le discriminazioni di genere, la consuetudine del velo femminile. Il controfrontespizio del volume riproduce un nuovo, signorile ritratto fotografico frontale della Karam che reca un’epigrafe a firma della stessa autrice: «Nessun infante può diventare un uomo del futuro o sua moglie, se non è allattato al seno di una madre colta e raffinata».

L’esergo insieme al sottotitolo citati alludono ai temi principali del romanzo: l’istruzione femminile come motore del progresso della società e gli ideali del nazionalismo arabo nascente incarnati dalle donne in quanto «madri della nazione». Dal fecondo confronto tra Fāṭimah e Alice scaturisce poi una duplice critica serrata agli usi e costumi sia arabi sia euro-americani che smentisce quella semplicistica e stereotipata dicotomia che suole tuttora contrapporre un Oriente arretrato e tradizionale a un Occidente moderno e liberale.

Il Monte Libano costituisce l’ambientazione del terzo e ultimo romanzo della Karam, pubblicato nel 1910 con il titolo Ġādat ʻAmšīt (La ragazza di ʻAmšīt). L’opera si configura come una dura critica politico-sociale al carattere intrinsecamente patriarcale dei cosiddetti movimenti riformatori che si stavano diffondendo nella regione della Grande Siria e tra le comunità siro-libanesi della diaspora agli inizi del Novecento. Anche in questo caso l’autrice si schiera dalla parte delle donne denunciando in particolare gli abusi perpetuati su queste ultime tra le mura domestiche.

All’inizio del romanzo si narra l’epilogo della storia d’amore tra Farīdah e Farīd, divisi irreparabilmente da un matrimonio combinato. Le angherie che la protagonista deve subire dall’anziano marito Ḥabīb, un uomo violento e dedito all’alcol, sono descritte come paradigmatiche delle condizioni della donna araba dell’epoca, ridotta spesso a mero oggetto in balia degli uomini.

Farīd, che tenta invano di salvare la sua amata, diviene in seguito un attivista politico e un riformatore liberale ma, nonostante i suoi ideali egualitari, finirà egli stesso con l’aderire alle logiche patriarcali. Ormai vedova, Farīdah, sola e abbandonata, si spegne prematuramente in un convento dove aveva sperato di poter trovare rifugio e pace.

Negli anni successivi la Karam abbandona la scrittura autoriale per dedicarsi esclusivamente alla traduzione di romanzi occidentali. Così, a Malikah al-yawm (La regina del giorno di L.T. Meade) e Klīūbatrā (Cleopatra di Henry Rider Haggard), seguono Nansī Stāyir (Nancy Stair di Elinor Macartney Lane) nel 1914, Riwāyat ibnat nā’ib al-malik (La figlia del viceré di Alexandre Dumas) nel 1918 e Muḥammad ‘Alī Bāšā al-Kabīr (Muḥammad ‘Alī Pascià il Grande, titolo alternativo per Mohammed Ali e la sua casata di Luise Mühlbach) nel 1919.

‘Afīfah Karam muore appena quarantunenne il 29 luglio 1924 di emorragia cerebrale e la stampa arabo-americana la celebra come la «difenditrice della donna siriana», la «principessa della penna», la «tedofora della libertà delle donne», il «genio del Libano». Le sue spoglie, tumulate presso il Saint Joseph Cemetery di Shreveport, riposano tutt’oggi accanto a quelle del devoto marito John.

Come ha scritto la studiosa statunitense Elizabeth Saylor in conclusione della sua capillare monografia A Bridge Too Soon. The Life and Works of ‘Afīfa Karam: The First Arab American Woman Novelist (University of California, Berkeley, 2015), l’esperienza biografico-letteraria della scrittrice costituisce un fulgido e attualissimo esempio di dialogo interculturale e interreligioso tra i due emisferi del globo e «dimostra come “gli arabi” costituiscano una parte fondamentale, seppur dimenticata, dell’ultimo secolo di storia americana».

Inoltre, la sua stessa identità di intellettuale indipendente «contraddice gli onnipresenti cliché della “donna araba” sottomessa diffusi dai media» e «testimonia un modello alternativo di araba emancipata che ha contribuito a plasmare una fiorente scuola letteraria araba negli Stati Uniti».

 

https://vimeo.com/66605766

 

Francesco Medici

A cura del

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 

 

 

 
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