Khalil Gibran e gli Armeni (Ջուբրան Խալիլ Ջուբրան)

 

«La mia gente, la gente che abita il Monte Libano, è stremata dalla fame a causa di un piano ordito dal governo turco. Ottantamila sono già morti e a migliaia muoiono ogni giorno. Ciò che è accaduto in Armenia sta succedendo ora in Siria.

Il Monte Libano, essendo cristiano, sta soffrendo ancora di più. Non riesco a dormire, né a mangiare, né a trovare pace. Tutti i Siriani che vivono qui in America sono torturati dalla stessa sofferenza. Stiamo cercando di fare del nostro meglio, dobbiamo salvare coloro che sono ancora in vita».

 

 

Con queste parole amare, contenute in una lettera spedita da New York il 26 maggio 1916 alla sua amica e mecenate Mary Haskell, il poeta-pittore siro-americano Kahlil Gibran (Ǧubrān Ḫalīl Ǧubrān, 1883-1931) piangeva non soltanto la tragedia dei suoi conterranei, ma anche il genocidio armeno (Medz Yeghern, ovvero il «Grande Male», come viene oggi ricordato nella lingua locale) avviato nel 1915 dalla Sublime Porta nei territori dell’Anatolia ottomana.

Nello stesso periodo, la regione della Grande Siria, che già pativa una gravissima siccità e una devastante invasione di locuste, subiva l’assedio bellico delle forze turco-tedesche che impedivano l’importazione di cibo.

Nel giugno del 1916 venne dunque costituito a New York il Syrian-Mount Lebanon Relief Committee (Comitato di Soccorso per la Siria e il Monte Libano). Gibran, in veste di segretario ufficiale del comitato, non si limitò al solo lavoro d’ufficio, ma si impegnò anche a viaggiare attraverso gli Stati Uniti per la raccolta dei fondi e a curare i contatti con le missioni americane in Siria per l’invio degli aiuti umanitari.

Il 17 giugno egli scrisse una missiva a Robert Lansing, Segretario di Stato degli Stati Uniti: «Gli abitanti della Siria e del Monte Libano stanno morendo di stenti e di malattie a causa della mancanza di cibo.

La loro sofferenza è terribile, ed essi sono oggi un popolo impotente condannato all’estinzione […] Noi Siriani di questo Paese [Stati Uniti], migliaia dei quali sono cittadini americani, ci appelliamo a Lei in nome del nostro Paese colpito [Siria] e dei nostri compatrioti che muoiono di fame […] Il Syrian-Mount Lebanon Relief Committee sta operando in collaborazione con l’American Committee for Armenian and Syrian Relief [Comitato Americano di Soccorso per l’Armenia e
la Siria] e ci auguriamo di raccogliere fondi sufficienti per poter inviare quanto prima ai sinistrati un carico di scorte di cibo […] al fine di scongiurare, se possibile, gli effetti di una catastrofe che minaccia l’estinzione di un’intera razza».

 

 

Il 17 dicembre il piroscafo Caesar, grazie anche all’aiuto della U.S. Navy e della Croce Rossa, salpò finalmente dal porto di New York con un carico di generi alimentari e medicine per un valore di 750.000 dollari destinato alle popolazioni oppresse.

In segno di riconoscenza, Gibran ricevette dalle comunità newyorkesi di Armeni e Siriani un anello d’oro con rubino («il più bel sangue di piccione che io abbia mai visto»), dono che egli accolse con commozione, ma non senza una certa riluttanza: «Hanno speso così tanto denaro solo per me, quando avrebbero potuto darlo in beneficienza».

Era stato un orafo armeno che lavorava per Tiffany sulla Fifth Avenue a realizzare il gioiello con le proprie mani. Il rispetto di cui Gibran godeva tra gli immigrati è del resto testimoniato dalla sua collega pittrice e dirimpettaia Juliet Thompson, che dichiarò anni dopo in un’intervista rilasciata a un giornale americano: «Ho visto Armeni e Siriani baciargli la mano e chiamarlo “Maestro”».

Ma quell’anello, che egli soleva portare al dito indice, non era l’unico oggetto personale che lo legava al popolo armeno. Alcuni anni dopo, per appena un centinaio di dollari, Gibran acquistò dalla famiglia di un suo conoscente appena defunto, proprietario di una ricca collezione d’arte, un raro e prezioso manufatto di cui la Haskell fornisce una breve
descrizione nel suo diario del 21 maggio 1924: «Kahlil e io abbiamo
trascorso il pomeriggio nel suo studio [al 51 West 10th Street di New York]. Uno splendido arazzo antico raffigurante la Crocifissione copre la parete fino al pavimento – tra due tende di velluto di colore rosso ciliegia».

 In quell’occasione Gibran riferì alla donna che si trattava di un oggetto «bizantino armeno» risalente «al XII secolo circa» e aggiunse: «Non puoi immaginare quanto sia meraviglioso averlo qui. Fa apparire piccola qualsiasi altra cosa.

È la sola Crocifissione che io abbia mai visto in cui Gesù sorridente benedice con la mano destra… e non sgorga sangue da nessuna delle due mani, e neppure dai piedi o dal costato». L’arazzo, che compare sullo sfondo di un raro ritratto fotografico dell’artista, è oggi esposto presso il Gibran Museum di Bišarrī, in Libano.

Anche tra gli Armeni la fama di Gibran è legata soprattutto a The Prophet (Il profeta, New York 1923). Una prima traduzione del capolavoro gibraniano nel loro dialetto occidentale è stata pubblicata nel 1966 da Sisak Varzhapetian con il titolo di Margarēn, seguita nel 1984 da quella del poeta Vahe Vahyan. Del 2008 è invece la prima traduzione nel dialetto orientale curata da Hovik Yordekyan.

Allo scultore Levon Tokmajyan si deve infine un busto di Gibran collocato nel 2005 in un parco pubblico di Erevan (Beirut Street, distretto di Kentron), tributo della Repubblica di Armenia alla memoria dell’autore libanese.

 

 

 

 

Bibliografia

- K. Gibran, Letter to Robert Lansing (Washington DC), New York, 17 June 1916; cfr. K.D. Watenpaugh, Modern humanitarianism and the Year of the Locust: US relief in Palestine and Lebanon 1914-18, in «Histories of humanitarian action in the Middle East and North Africa», Edited by E. Davey and E. Svoboda, HPG Working Paper, September 2014, p. 40 (https://www.odi.org/sites/odi.org.uk/files/odi-assets/publications-opinion-files/9141.pdf).

- J. Thompson, Juliet Remembers Gibran: As told to Marzieh Gail, «World Order», 12:4, 1978, pp. 29-31 (https://bahai-library.com/gail_thompson_remembers_gibran).

- K. Gibran, La stanza del profeta, scritti inediti tradotti e commentati da F. Medici, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2004, pp. 119-120.

- M. Badalian, First Translation of “The Prophet” by Kahlil Gibran Published in Eastern Armenian, AZG Armenian Daily, 112, 15/06/2007 (http://www.network54.com/Forum/149359/thread/1181897025/FIRST+TRANSLATION+OF+%26quot%3BTHE+PROPHET%26quot%3B+BY+KHALIL+GIBRAN+PUBLISHED+IN+EASTERN+ARMENIAN).

- Mio amato profeta. Lettere d’amore di Kahlil Gibran e Mary Haskell, a cura di V. Hilu, introduzione all’edizione italiana di I. Farinelli, Edizioni Paoline, Milano 2007, pp. 303, 457.

- F. Medici, Figli dei cedri in America. Il carteggio tra Ǧubrān Ḫalīl Ǧubrān e Amīn Fāris al-Rīḥānī, «La rivista di Arablit», I, 1, giugno 2011, pp. 83-112.

- F. Medici, Storia del Museo Gibran, Centro Studi e Ricerche di Orientalistica, 24 giugno 2013 (http://www.orientalistica.it/?p=3707#more-3707).

- Seto Berj Dersahakian and Hratch Kozibeyokian, Gibran Khalil Gibran and His Armenian Tapestry, Aypoupen, January 24, 2016 (https://www.aypoupen.com/4226/gibran-khalil-gibran-and-his-armenian-tapestry/).

 

Francesco Medici

A cura del

Centro Studi e Ricerche di Orientalistica

 

 

 

 
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